VI Domenica di Pasqua, nel canto della Vocem iucunditatis
Questo scritto nasce in un giorno preciso: la VI Domenica di Pasqua, nella quale la liturgia romana canta Vocem iucunditatis annuntiate. Annunciate una voce di letizia.

Non soltanto una notizia lieta. Una voce. Quale forma prende, nel canto della Chiesa, la gioia pasquale?
La risposta più immediata sarebbe: l’Alleluia. E l’Alleluia, secondo una linea antica e luminosa, è gioia perché diventa iubilus: voce che oltrepassa la parola, melisma in cui la lingua sembra sciogliersi perché la letizia non sta più dentro le sillabe. Agostino resta qui il grande testimone: quando il cuore non può più dire, canta; quando la parola non basta più, la voce si prolunga.1
Ma il repertorio pasquale gregoriano chiede una cautela. Non perché questa lettura sia falsa. È vera. Ma non basta a descrivere tutte le forme sonore della gioia liturgica. La Pasqua non conosce una sola figura della letizia. Conosce il melisma che fiorisce, certo; ma conosce anche la voce che ritorna, la parola che viene ripresa, il canto che non esplode e tuttavia è pienissimo.

Il primo caso da guardare è anche quello che, spontaneamente, ci aspetteremmo più esuberante: l’Alleluia della Veglia pasquale, il primo che torna dopo il lungo silenzio quaresimale.
Nel Graduale, questo Alleluia non appare come un semplice Alleluia meno sviluppato, né come una forma povera rispetto ai grandi Alleluia pasquali. È altro. La sua singolarità è stata riconosciuta dagli studi musicologici come tratto arcaico: la sua arcaicità non consiste semplicemente nella brevità del melisma, ma nel modo in cui il canto resta legato a una più ampia forma responsoriale e salmica, connessa all’antico uso pasquale del Salmo 117. Il responsum alleluiatico, il versetto Confitemini Domino e il successivo Laudate Dominum non funzionano come pezzi isolati, ma come momenti di un’unica struttura celebrativa.2
La rubrica lo dice con una semplicità quasi decisiva: Post Epistolam cantor ipse canit Alleluia, quod omnes repetunt. Il cantore canta l’Alleluia, e tutti lo ripetono. Prima ancora di ogni analisi neumatica, il fatto liturgico è chiarissimo: la gioia pasquale rientra nella Chiesa come voce consegnata e accolta, intonata e ripresa.
Non si tratta, dunque, di negare lo iubilus. Sarebbe una forzatura. L’Alleluia ha il suo melisma, e la pagina del Graduale non permette di cancellarlo. Si tratta piuttosto di riconoscere che qui il giubilo prende una forma misurata, responsoriale, liturgicamente custodita. La gioia della notte non si presenta anzitutto come esuberanza sonora, ma come ritorno rituale della voce.
Non assenza di giubilo, ma misura del giubilo.
Potremmo chiamarla, con prudenza, una gioia della ripercussio: non quella che si disperde nell’ampiezza del melisma, ma quella che insiste, ritorna, si lascia riprendere dal corpo ecclesiale.

Questo diventa ancora più evidente se si passa alla Messa del giorno. La Domenica di Pasqua non si apre con una fanfara. Si apre con una parola sorprendentemente sobria: Resurrexi, et adhuc tecum sum. Sono risorto, e sono ancora con te.
È uno dei tratti più alti della Pasqua romana. Nel giorno della Risurrezione, la liturgia non pone anzitutto sulle labbra della Chiesa un grido collettivo di trionfo, ma la voce stessa del Risorto rivolta al Padre. La gioia è piena, ma non ostentata. Non deve dimostrare la vittoria: la pronuncia.
Qui la sobrietà non è povertà espressiva. È forma teologica. Il Risorto non appare come chi abbia bisogno di proclamare il proprio trionfo; parla nella certezza della comunione ritrovata: adhuc tecum sum. La gioia pasquale, nel suo primo mattino, ha il tono di una presenza. Non esplode: sta.
Questo è decisivo. Se la Veglia ci aveva mostrato una gioia che ritorna nella ripresa del canto, Resurrexi ci mostra una gioia che parla senza ostentarsi. È una gioia affermata, non esibita. Una gioia tanto più forte quanto meno ha bisogno di alzare la voce.
E tuttavia la Pasqua gregoriana conosce anche la gioia che si apre. Nel corso della liturgia del giorno, il graduale Haec dies quam fecit Dominus porta un’altra forma della letizia: exsultemus et laetemur in ea. Qui il canto respira più largamente. La gioia si distende, prende spazio, fiorisce. Anche l’Alleluia Pascha nostrum appartiene a questa zona più aperta e luminosa della Pasqua: qui il giubilo può dilatarsi, senza perdere la propria forma.

Ma questa apertura non cancella ciò che precede. Non corregge la sobrietà dell’Alleluia della Veglia, né supera la misura di Resurrexi. Piuttosto, la completa. La liturgia non oppone la voce raccolta e la voce fiorita. Le dispone. Le lascia apparire ciascuna nel proprio momento, con la propria funzione, con la propria verità.
Per questo l’automatismo «Alleluia = gioia = melisma espanso» va maneggiato con cautela. Non perché sia falso, ma perché è incompleto. Ci sono Alleluia nei quali la gioia eccede davvero la parola e si apre nel iubilus. Ma la Pasqua gregoriana mostra anche altro: una gioia che ritorna, una gioia che viene ripresa, una gioia che parla piano. Una gioia che non ha bisogno di ostentarsi per essere piena.
La gioia pasquale gregoriana non è meno piena quando è sobria: è piena secondo misura.
E questa misura non è una diminuzione. È una sapienza. La liturgia sa che la gioia cristiana non coincide sempre con l’esuberanza. Sa che una voce può essere profondissima proprio quando resta raccolta; che un Alleluia può essere pasquale anche quando non si abbandona subito al volo; che il Risorto può dire tutto nella quiete di una frase: Resurrexi, et adhuc tecum sum.
Così, nel giorno della Vocem iucunditatis, la domanda iniziale ritorna più limpida. Quale voce porta la letizia?
Non una sola. La Pasqua gregoriana conosce la voce che ritorna, la voce che sta, la voce che fiorisce. Nell’Alleluia della Veglia, la gioia viene consegnata e ripresa. In Resurrexi, la gioia parla nella sobrietà del Risorto. In Haec dies e in Pascha nostrum, la gioia si apre alla sua fioritura.
La Pasqua gregoriana non oppone sobrietà e giubilo. Mostra piuttosto che anche il giubilo ha una misura.
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Note
1. Cfr. Augustinus, Enarrationes in Psalmos 32, II, 1, 8 e 99, 4, sullo iubilus come voce che eccede le parole.
2. Sull’arcaismo dell’Alleluia Confitemini della Veglia e sul suo rapporto con l’antica sequenza salmica pasquale, cfr. James W. McKinnon, The Advent Project. The Later-Seventh-Century Creation of the Roman Mass Proper, Berkeley – Los Angeles – London, University of California Press, 2000; Kenneth Levy, «“Lux de Luce”: The Origin of an Italian Sequence», The Musical Quarterly 57 (1971), pp. 40-61; Luisa Nardini, «Aliens in Disguise: Byzantine and Gallican Chants in the Latin Liturgy», Plainsong and Medieval Music 16/2 (2007), pp. 145-172. Per il dato catalografico: Cantus Database, ID 507011, Alleluia Confitemini domino quoniam bonus, Sabbato Sancto, modo 8.

È una riflessione straordinariamente bella e vera.