Audiant mansueti et laetentur

Gustate et videte come risposta eucaristica al Vangelo del cuore mite di Cristo

Nella quattordicesima domenica del Tempo ordinario, anno A, il Vangelo non offre una teoria della mitezza, ma apre una scuola: discite a me, quia mitis sum et humilis corde (imparate da me, perché sono mite e umile di cuore; Mt 11,29). Alla comunione, però, la liturgia non ripete quella frase. Non la spiega, non la commenta. Fa un’altra cosa: canta. La communio della domenica, secondo il Graduale Romanum, è Gustate et videte, quoniam suavis est Dominus (gustate e vedete quanto è soave il Signore; Sal 33,9). Come se la Chiesa dicesse che la mitezza del cuore di Cristo non si capisce da lontano, come un’idea morale da ammirare: si gusta, si riceve, si impara alla mensa. Agostino, arrivato a questo versetto, non esita: qui il salmo parla ormai apertamente del sacramento, del gustare che è mangiare la carne e bere il sangue del Signore. Gustate et videte (gustate e vedete) non è soltanto un invito poetico alla dolcezza di Dio; è una soglia eucaristica.1

La finezza più grande è nascosta nello stesso salmo, poche righe prima del versetto cantato: in Domino laudabitur anima mea: audiant mansueti et laetentur (nel Signore si glorierà l’anima mia: ascoltino i miti e si rallegrino; Sal 33,3).

L’antifona canta il gustare; il salmo custodisce l’ascoltare dei miti. La comunione educa insieme il palato e l’orecchio: chi gusta il Signore impara anche ad ascoltare senza indurirsi. Perché non tutti ascoltano allo stesso modo: chi ha il cuore armato ascolta e si irrita; chi è mite ascolta e si rallegra.

Agostino, commentando proprio questo versetto, va alla radice del legame tra mitezza e umiltà: chi vuole essere lodato in se stesso è superbo; chi si gloria nel Signore è mite. Poi osa un’immagine quasi scandalosa. Il Signore vuole giumenti mansueti: sii tu il giumento del Signore, cioè sii mite. Pullus asini es, sed Christum portas: sei un puledro d’asina, ma porti Cristo. Non come il cavallo e il mulo, che alzano la cervice e devono essere domati col morso (cf. Sal 31,9), ma come l’asinello sul quale il Signore entrò nella città. Qui la profezia del re povero, ipse pauper (egli povero), che viene sull’asina (Zc 9,9), riletta da Matteo come venuta del re mansuetus (mite) (Mt 21,5) e proclamata come prima lettura della stessa domenica, rientra nel salmo della comunione. La mitezza non è stare fermi: è lasciarsi guidare da Colui che si porta. E i miti, aggiunge Agostino, sono quelli che si degnano di ascoltare e di diventare ciò che ascoltano: dignentur audire et esse quod audiunt (si degnino di ascoltare e di essere ciò che ascoltano). La mitezza non è parlare piano: è non irritarsi davanti alla verità che ci converte.2

Cassiodoro aggiunge la stoccata che riguarda da vicino chi ama la liturgia e il canto: non dixit, lege docti, non ieiunantes, non psallentes, sed mansueti laetentur (non disse: si rallegrino i dotti della legge, non i digiunatori, non i salmodianti, ma i miti). Non i dotti della legge, non i digiunatori, non i salmodianti, ma i miti. È un avvertimento salutare: si può conoscere molto, mortificarsi molto, perfino cantare molto, e restare fuori dalla gioia del salmo. Il salmo non promette la gioia ai competenti, ma ai miti; si può cantare il salmo senza entrare nella sua gioia, e vi entra chi, ascoltando, depone la propria durezza.3

Subito dopo, però, Cassiodoro non lascia la mitezza in una devozione solitaria. Su magnificate Dominum mecum (magnificate il Signore con me) legge la lode come convocazione comune: in invicem (a vicenda) significa compositos choros (cori ordinati), cori che nella salmodia del Signore alterna sibi successione respondent (si rispondono con successione alterna). La gioia dei miti diventa così forma ecclesiale: non una voce che si impone sulle altre, ma un ascolto reciproco che permette al canto di farsi comunione.4

Anche la melodia dice qualcosa. Gustate et videte (gustate e vedete) è in terzo modo: non una melodia sdolcinata, ma una linea attraversata da una tensione luminosa. I due imperativi iniziali salgono come un invito che si offre; su quoniam suavis est Dominus (perché il Signore è soave) la linea si raccoglie e discende. Il canto non drammatizza il testo: lo fa assaporare. La mitezza, qui, non è mollezza; è un modo di ricevere la dolcezza del Signore senza pretendere di possederla.

La comunione di questa domenica, dunque, non ripete materialmente la parola del Vangelo: la compie in un altro modo. Cristo ha detto: discite a me (imparate da me). La Chiesa risponde: gustate et videte (gustate e vedete). La mitezza non resta un’idea: diventa un sapore. E i miti ascoltano e si rallegrano non perché la parola sia sempre facile, ma perché non hanno più bisogno di difendersi da Dio.

Forse la mitezza cristiana comincia così: non dal parlare più piano, ma dall’ascoltare senza irrigidirsi; non dal rinunciare alla verità, ma dal riceverla come si riceve il pane. Audiant mansueti et laetentur: ascoltino i miti e si rallegrino. Una Chiesa che sa ancora ascoltare così può dire la verità senza trasformarla in ferita.

Note

1. Agostino, Enarrationes in Psalmos 33, sermo 2, 12: «Aperte modo de ipso sacramento vult dicere» («qui ormai vuole parlare apertamente del sacramento»). Il versetto è letto in chiave eucaristica: il gustare rimanda al mangiare la carne e bere il sangue del Signore.

2. Agostino, Enarrationes in Psalmos 33, sermo 2, 5-7. Nello stesso contesto ricorrono l’immagine del giumento mansueto, l’asinello delle Palme, il richiamo a Sal 31,9 e la formula «dignentur audire et esse quod audiunt».

3. Cassiodoro, Expositio psalmorum 33,3, CCSL 97: «Non dixit, lege docti, non ieiunantes, non psallentes, sed mansueti laetentur».

4. Cassiodoro, Expositio psalmorum 33,4, CCSL 97: «In invicem vero significat compositos choros, quando et psalmodiam Domini alterna sibi successione respondent».

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