Il peccato della battologia


Una riflessione sulla monizione al Padre nostro


Forse questo peccato non l’abbiamo mai sentito nominare. Eppure è una delle tentazioni più sottili in cui può cadere chi presiede la liturgia: moltiplicare parole proprio quando il rito chiede di lasciar parlare Cristo.

Il termine è raro, quasi curioso. Viene dal greco βατταλογέω, che in Mt 6,7 compare nella forma βατταλογήσητε: «pregando, non battologate», si potrebbe tradurre alla lettera. Le versioni italiane rendono: «non sprecate parole», oppure «non moltiplicate parole». Ma il verbo evangelico è più tagliente: non condanna la ripetizione orante, bensì la parola che si svuota moltiplicandosi, il discorso religioso che cresce proprio mentre perde ascolto.

E subito dopo Gesù consegna il Padre nostro: «Voi dunque pregate così». La preghiera del Signore nasce dunque come risposta alla battologia. La sua brevità non è un fatto di stile, ma di teologia: è la misura della preghiera consegnata da Cristo stesso. Una preghiera sorta come correzione della prolissità religiosa non può essere introdotta da un commento prolisso senza che la sua logica ne esca capovolta. Persino la monizione che la introduce deve allora imparare a tacere.

La liturgia romana lo ha custodito in una formula di estrema sobrietà.

C’è una sapienza anche nelle parole brevi. Prima del Padre nostro, il Messale latino non commenta, non spiega, non moltiplica: Praeceptis salutaribus moniti et divina institutione formati, audemus dicere. Ammoniti da precetti salutari e formati da un insegnamento divino, osiamo dire. È una monizione quasi pudica. Non prende possesso della preghiera del Signore; si ritrae davanti a essa. E forse proprio qui risuona il Vangelo: «Pregando, non sprecate parole» (Mt 6,7).

Prima del Padre nostro, la parola del ministro non dovrebbe diventare una piccola omelia, ma aprire lo spazio perché la Chiesa osi dire ciò che da sola non avrebbe mai potuto inventare: Padre.

Tre parole reggono quell’invito.

Praeceptis salutaribus moniti: non preghiamo di nostra iniziativa, ma perché richiamati dal comando del Signore; il Padre nostro non è invenzione devota, è parola ricevuta.

Et divina institutione formati: Cristo non si limita a comandare, ma forma dal di dentro il nostro modo di pregare; la preghiera è opera sua in noi, non un discorso che noi aggiungiamo.

Audemus dicere: osiamo dire ciò che da soli non oseremmo, chiamare Dio Padre. Il centro non è la confidenza prodotta dal ministro, ma l’audacia filiale ricevuta in dono.

Vale la pena soffermarsi su come il Messale italiano renda quella formula: «Obbedienti alla parola del Salvatore e formati al suo divino insegnamento, osiamo dire».

È una resa che interpreta più che tradurre. Il latino moniti — l’essere ammoniti, richiamati da fuori — diventa obbedienti, e l’accento si sposta impercettibilmente da ciò che ci previene a ciò che noi rendiamo; e i praeceptis salutaribus, i precetti salutari, si raccolgono nella «parola del Salvatore», sciogliendo in chiave cristologica ciò che il latino lasciava più sobrio e impersonale.

Non c’è nulla di tradito; ma vale la pena accorgersene, perché anche una buona traduzione sceglie, e ogni scelta sposta un poco il peso. La sostanza, però, resta: prima ancora di pregare, siamo già preceduti.

È la stessa audacia che l’Oriente cristiano nomina con una parola greca, parresia: la libertà di parola del figlio davanti al Padre. La liturgia bizantina chiede di essere resi degni di osare invocare Dio come Padre; e così Oriente e Occidente marcano lo stesso punto. Non si tratta di una familiarità psicologica, di un tono confidenziale che il celebrante possa produrre a piacere, ma di un coraggio che viene consegnato.

Καὶ καταξίωσον ἡμᾶς, Δέσποτα, μετὰ παρρησίας, ἀκατακρίτως, τολμᾶν ἐπικαλεῖσθαί σε τὸν ἐπουράνιον Θεὸν Πατέρα, καὶ λέγειν·
Πάτερ ἡμῶν…

(E rendici degni, o Sovrano, di osare, con parresia e senza condanna, invocare te, Dio celeste, come Padre, e dire:
Padre nostro…)

La formula, del resto, non è un’invenzione recente: è antica, levigata da secoli di uso liturgico, appartenente al fondo antico dell’Ordo Missae.

E anche la sua collocazione ha una storia, che dice perché quella preghiera, e non un’altra, stia lì, sulle offerte consacrate. Gregorio Magno, rispondendo a Giovanni di Siracusa, difendeva la collocazione del Padre nostro dopo il Canone proprio perché non gli sembrava conveniente dire sul Corpo del Signore una preghiera composta da un erudito e tacere invece quella consegnata da Cristo stesso. Il punto è decisivo: in quel luogo la Chiesa non mette in primo piano la parola del ministro, ma la parola del Signore. Il Padre nostro occupa quel posto perché viene da lui; ogni monizione, per quanto utile, resta seconda.

Orationem vero dominicam idcirco mox post precem dicimus, quia mos apostolorum fuit, ut ad ipsam solummodo orationem oblationis hostiam consecrarent. Et valde mihi inconveniens visum est, ut precem quam scholasticus composuerat super oblationem diceremus, et ipsam traditionem quam Redemptor noster composuit super eius corpus et sanguinem non diceremus.

«Diciamo poi la preghiera del Signore subito dopo la preghiera [eucaristica], perché fu uso degli apostoli consacrare l’ostia dell’oblazione con quella sola preghiera. E mi parve assai sconveniente che dicessimo sopra l’oblazione una preghiera composta da uno scholasticus, e non dicessimo invece sopra il suo corpo e sangue quella stessa tradizione che il nostro Redentore compose». (Gregorio Magno, Registrum epistularum, libro IX, epistola 12)

Di qui una conseguenza pratica, e delicata. La liturgia non ignora la concretezza delle assemblee: in alcuni casi il Messale offre formule diverse, e l’Ordinamento generale ammette che certe monizioni previste dal rito possano essere adattate.

Le altre formule proposte dal Messale italiano confermano la stessa misura.

«Guidati dallo Spirito di Gesù e illuminati dalla sapienza del Vangelo, osiamo dire»: il soggetto profondo non è il ministro che introduce, ma lo Spirito che guida e il Vangelo che illumina. La monizione non aggiunge un pensiero proprio; riconosce una conduzione già in atto. Non crea il clima della preghiera, ma confessa che la Chiesa può pregare perché è preceduta da una guida e da una luce.

Un’altra formula dice: «Il Signore ci ha donato il suo Spirito. Con la fiducia e la libertà dei figli diciamo insieme». Qui l’ordine è decisivo. Prima viene il dono dello Spirito; solo dopo la fiducia e la libertà dei figli. Non si tratta dunque di produrre un tono confidenziale, né di invitare genericamente l’assemblea a “sentirsi famiglia”. La libertà con cui la Chiesa dice Padre non nasce da una disposizione psicologica, ma da una condizione ricevuta: lo Spirito ci fa figli, e per questo possiamo parlare da figli.

La terza formula guarda invece alla collocazione rituale: «Prima di partecipare al banchetto dell’Eucaristia, segno di riconciliazione e vincolo di unione fraterna, preghiamo insieme come il Signore ci ha insegnato». È la più ampia, ma resta disciplinata. Non moralizza la fraternità, non trasforma il Padre nostro in un appello sentimentale, non riassume il Vangelo del giorno. Dice semplicemente dove siamo: nei riti di comunione, davanti al banchetto eucaristico, dentro un gesto che domanda riconciliazione e costruisce unità. Anche qui la monizione non trattiene l’assemblea su se stessa; la consegna alla preghiera insegnata dal Signore.

Da queste formule emerge una piccola grammatica rituale. Una monizione prima del Padre nostro può nominare il dono ricevuto — la parola del Salvatore, lo Spirito, il Vangelo, l’Eucaristia — e disporre l’assemblea all’atteggiamento con cui entrare nella preghiera: obbedienza, audacia, fiducia, libertà, riconciliazione. Ma proprio per questo deve poi condurre subito all’atto comune: osiamo dire, diciamo insieme, preghiamo insieme.

Le formule del Messale non sono una licenza alla creatività verbale: sono una scuola di misura. Mostrano che, anche quando si adatta, non si tratta di inventare una piccola omelia, ma di custodire in poche parole il passaggio alla preghiera del Signore. Il margine esiste, ma è un margine di servizio, non di possesso. Il celebrante non riceve il compito di aggiungere un secondo discorso al Padre nostro, ma di condurre l’assemblea fino alla soglia della preghiera e poi farsi da parte.

Il punto, dunque, non è inseguire ogni minima variante come fosse un delitto rituale; è custodire la natura della monizione. Essa introduce un atto, non apre una parentesi. Quando la parola del ministro si allunga, la parola di Cristo rischia di essere preceduta anziché servita — e una preghiera nata contro lo spreco di parole si ritrova preceduta da uno spreco di parole.

Una buona monizione prima del Padre nostro non spiega tutto. Ricorda da chi viene la preghiera, dispone l’assemblea all’audacia filiale, e poi si ferma. Non è il momento di riassumere il Vangelo, di aggiungere spunti morali, di trasformare la preghiera del Signore in un bilancio esperienziale della celebrazione. È, in fondo, una soglia: serve ad aprire, non a trattenere. La monizione è una porta, non una stanza in più. E forse è proprio qui, sul limitare della preghiera che il Signore ci ha insegnato, che la liturgia insegna anche l’altra cosa: a non sprecare parole.

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