Una mistagogia in atto nella XVI domenica del Tempo ordinario, anno A. Sedici secoli prima del loro incontro nella celebrazione, Agostino aveva già letto Rm 8 dentro il Sal 53.
Averte mala inimicis meis, in veritate tua disperde illos. «Allontana il male dai miei nemici, nella tua verità disperdili». È la preghiera posta sulle labbra dell’assemblea nella XVI domenica del Tempo ordinario, anno A, quando la schola canta l’introito del Graduale Romanum. Poco dopo, nel Vangelo della zizzania, i servi formulano la stessa impazienza: «Vuoi che andiamo a raccoglierla?». Il padrone risponde: «No… Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura».
Il formulario lascia che l’assemblea pronunci per intero la propria preghiera e poi la espone all’ascolto della Parola. Nel passaggio dalla domanda impaziente al tempo mite di Dio prende forma una mistagogia in atto.

La preghiera dell’ingresso
Il testo cantato è Sal 53,6-7 (Graduale Triplex, p. 307):
Ecce Deus adiuvat me,
et Dominus susceptor est animae meae:
averte mala inimicis meis,
in veritate tua disperde illos,
protector meus Domine.
La prima parte è una confessione di fiducia, e ruota attorno a susceptor, che traduce il greco ἀντιλήμπτωρ dei Settanta: non un aiutante che dà una mano da fuori, ma colui che prende su di sé, che afferra e sostiene. Chi varca la soglia si dichiara portato.
Poi la seconda parte. L’assemblea chiede la dispersione dei nemici, e lo chiede con più forza di quanto faccia il salterio: dove il testo biblico annuncia al futuro — avertet, Dio allontanerà il male — il canto intona un imperativo: averte, allontanalo.1 La certezza si è fatta domanda. Non “addomestichiamola”: la Chiesa entra a Messa, questa domenica, chiedendo a Dio di togliere di mezzo chi le fa male. È la preghiera, spesso imperfetta, così come sappiamo farla: sincera, ferita, impaziente.
Gli imperativi, però, sono rivolti a Dio. L’orante non stende la mano sui nemici; consegna. E consegna in veritate tua, nella verità di Dio, non nella propria percezione del male. Il resto lo dice la musica.
Ciò che la melodia racchiude

Seguo qui, per l’analisi melodica, le osservazioni di Dom Johner, arricchite dalla lettura recente di Liborius Lumma.2 L’introito è nel quinto modo e si apre con una sicurezza quasi fisica: l’Ecce attacca sulla corda dominante, e la prima frase si distende con l’ampiezza di chi constata, non di chi implora. Lumma vi sente il profilo di un accordo maggiore dispiegato, una fierezza che è insieme umiltà, perché ciò che rende fieri è un dono. Da averte il movimento si fa inquieto: la tradizione manoscritta chiede un indugio su mala, poi un’accelerazione conduce alla tensione addensata su illos. La melodia non censura l’agitazione che il male provoca: la lascia affiorare. Con protector meus il canto ritorna al clima dell’inizio, e la chiusa su Domine si acquieta negli stessi punti d’angolo melodici dell’Ecce Deus iniziale.
La forma dell’antifona è dunque una cornice: l’imprecazione sta dentro, tra Deus adiuvat me e protector meus Domine, tra l’aiuto e la protezione. Il disperde illos non ha l’ultima parola. Anche il testo collabora: le tre parole finali non appartengono al versetto del salmo; il canto le ha aggiunte, chiudendo la preghiera non sul pronome dei nemici ma su un nome di Dio. E le ha prese, con ogni verosimiglianza, dalla chiusa di Sal 58,12: disperge illos in virtute tua, et depone eos, protector meus Domine, un versetto che si apre con le parole ne occidas eos, non ucciderli.3 Se la derivazione sarà confermata anche sul piano delle varianti, l’ultima parola dell’antifona viene dal versetto della non-uccisione: il canto chiude la propria imprecazione citando il salmo che chiede di risparmiare.
Chi entra cantando questo introito, dunque, chiede il giudizio dentro una confessione di fiducia che circonda e regge la domanda. Che cosa questo significhi, lo dicono le letture.
La Parola risponde
La prima lettura (Sap 12,13.16-19) rivela chi è il Dio che l’introito ha invocato: «Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché, quando vuoi, tu eserciti il potere». Nulla della domanda viene negato: Dio è il protettore, può disperdere, la forza è sua e, proprio per questo, non ha fretta. Solo chi è davvero forte può permettersi di aspettare. E la lettura si chiude con un verbo che profuma “di scuola”: «hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini». La Chiesa italiana ha raccolto questa lezione in una preghiera: la colletta alternativa di questa domenica chiede che ci sostengano «la forza e la pazienza» del suo amore. Sono appaiate perché nell’agire di Dio sono la stessa cosa.4
Ma la risposta si fa più intima con Paolo (Rm 8,26-27), perché tocca la qualità stessa della preghiera d’ingresso: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente». Il latino rende evidente il richiamo: Spiritus adiuvat infirmitatem nostram propone lo stesso verbo dell’incipit, Deus adiuvat me. All’adiuvat cantato dall’assemblea risponde l’adiuvat dello Spirito. Con uno spostamento: l’aiuto di Dio non consiste anzitutto nel fare ciò che gli abbiamo chiesto, ma nel soccorrere la nostra stessa incapacità di chiedere. Anche la domanda intonata all’ingresso ha bisogno di essere portata. Sotto la preghiera che sappiamo fare geme già, «con gemiti inesprimibili», la preghiera giusta. La liturgia non ci ha corretto la parola prima di farcela pronunciare: ce l’ha lasciata dire intera, perché lo Spirito intercede sotto le nostre parole, non al posto loro.
Infine il Vangelo (Mt 13,24-43), dove i servi della parabola ripetono la richiesta che l’assemblea ha cantato entrando: «Vuoi che andiamo a raccogliere la zizzania?», è il disperde illos in forma di domanda operativa. Il padrone risponde: «No, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura». Il giudizio non è negato: è differito e riservato. Verrà la mietitura, verranno i mietitori! Ma non sono i servi e non è adesso. Le radici del grano e della zizzania sono intrecciate, e spesso passano dentro lo stesso cuore; chi strappa oggi, strappa anche ciò che Dio sta facendo crescere.

Agostino, commentando proprio il Salmo 53, aveva trovato tutto questo già nel titolo del salmo: David nascosto tra gli Zifei che lo denunciano a Saul. Gli Zifei, che egli legge come i «fiorenti», è immagine di quanti prosperano ora, mentre il giusto resta nascosto e non invidia il loro fiorire. E annota che quella delazione non giovò a loro né nocque a David: i nemici agiscono, ma non decidono la storia.5 Il salmo dell’ingresso portava inscritta, fin dal titolo, la scena della zizzania. E nella stessa Enarratio Agostino cita espressamente Rm 8,26 — quid enim oremus sicut oportet, nescimus:6 sedici secoli prima che il Lezionario dell’anno A accostasse Sal 53 e Rm 8, egli li aveva già letti l’uno dentro l’altro.
La preghiera trasformata
Ant. ad introitum — Ps 53, 6.8
Ecce Deus adiuvat me,
et Dominus susceptor est animae meae.
Voluntarie sacrificabo tibi,
et confitebor nomini tuo, Domine,
quoniam bonum est.
Resta l’altra forma. Il Messale, dal 1970, propone come antifona d’ingresso un testo diverso: conserva l’incipit e sostituisce l’imprecazione con un altro versetto dello stesso salmo: voluntarie sacrificabo tibi, «a te con gioia offrirò sacrifici e loderò il tuo nome» (Sal 53,6.8).7 Sarebbe facile leggervi soltanto una censura, e l’imbarazzo moderno per l’averte mala è documentato fin dentro la discografia gregoriana.8 Ma la redazione del Messale disegna un itinerario che ha una sua verità: dall’aiuto ricevuto all’offerta volontaria — e l’eco adiuvat me / Spiritus adiuvat vi risuona anzi più direttamente. Due percorsi reali. Quello del Graduale custodisce però qualcosa che nessun altro testo della domenica dice: che si può portare a Dio anche la preghiera che non sappiamo ancora pregare, e che egli non la corregge prima di ascoltarla. La lascia risuonare intera, dentro la cornice del suo aiuto e poi, con molta pazienza, risponde.
Note
- Psalterium Gallicanum, Sal 53,7: avertet mala inimicis meis.
- D. Johner, The Chants of the Vatican Gradual, Collegeville 1940, pp. 279-280; L. Lumma, Introitus: 16th Sunday in Ordinary Time, PrayTell, 16 luglio 2019.
- Sal 58,12 (Psalterium Gallicanum): Ne occidas eos, nequando obliviscantur populi mei; disperge illos in virtute tua, et depone eos, protector meus Domine.
- Messale Romano, ed. CEI, colletta alternativa della XVI domenica del Tempo ordinario, anno A.
- Agostino, Enarratio in Psalmum 53, sul titulus (ed. CCSL 39; paragrafo da precisare in sede di citazione a stampa).
- Enarratio in Psalmum 53, 5.
- Missale Romanum, editio typica 1970 e successive, Dominica XVI per annum, ant. ad introitum; trad. it. dal Messale CEI.
- J. F. Weber, recensione in Plainsong and Medieval Music 25 (2016).

Un grande sentimento di profonda gratitudine per alimentare la fede di tanti lettori sparsi in questo mondo, così abbrutito dove la bellezza stenta ad emergere. Antonino da Palermo