Ubi Plato… ubi Emma?

Quis scit, an detur eis requies? Echi medievali sulla morte

La morte di Emma Bonino sta provocando molto i social. Al punto che neppure un medievista riesce a studiare tranquillo: il «caso» finisce per ronzargli in testa mentre se ne sta, apparentemente al riparo dalla contemporaneità, tra i suoi sapienzialmente buffi testi medievali.

E così può capitare che, mentre tutti discutono di Emma, un’amica gregorianista, alle prese con la teologia di un programma per un concerto, gli parli di un vecchio canto. Lui va a cercarselo, comincia a leggerlo e improvvisamente si trova davanti a una domanda:

Ubi Plato? Ubi Porphyrius?

Dov’è Platone? Dov’è Porfirio?

Il testo è Audi tellus, un singolare canto medievale che, nel corso della sua storia, entrò anche nella liturgia dei defunti. A un certo punto comincia a fare nomi: filosofi, poeti, re, eroi dell’antichità, ma anche personaggi biblici. Dove sono Platone e Aristotele? Dove Virgilio? Dove Alessandro ed Ettore? Dove Sansone e Davide?

A questo punto la tentazione è quasi inevitabile:

Ubi Emma?

Dov’è Emma?

Naturalmente, la domanda è anche un po’ provocatoria. Chiedersi che cosa il Medioevo avrebbe fatto di Emma Bonino sarebbe un gioco piuttosto ingenuo. Qualcuno potrebbe immaginare subito un rogo, secondo la più tenace caricatura di questi secoli. Uno storico della spiritualità medievale, con la lezione di André Vauchez alle spalle, solleverebbe invece un problema molto più serio: una donna che si diceva non credente, protagonista di battaglie radicalmente moderne e posta fuori da quella appartenenza religiosa che strutturava la societas christiana, non può essere semplicemente trasportata otto o dieci secoli indietro. Anche la domanda sulla sua appartenenza allo spazio liturgico dei defunti si porrebbe in termini completamente diversi.

La domanda interessante è allora un’altra: può un canto medievale suggerire a noi un atteggiamento con cui guardare la sua morte?

Forse sì.

Perché, dopo avere fatto sfilare i grandi del passato, Audi tellus non chiude la questione con una sentenza. Pronuncia invece alcune parole sorprendenti:

Quis scit, an detur eis requies?

Chi sa se sia stata concessa loro la requie?

È questo forse l’eco medievale che vale la pena ascoltare oggi.

Non significa affatto che non si possa giudicare la vita di una persona. Il cristiano può riconoscere il bene, denunciare il male, dissentire profondamente da idee e azioni. Sospendere il giudizio ultimo su una persona non significa sospendere il giudizio morale sulle sue scelte.

Ma tra le due cose esiste una distanza enorme.

Possiamo discutere per una vita intera di ciò che Emma Bonino ha sostenuto, combattuto, rappresentato. Possiamo riconoscere alcune sue battaglie e considerarcene radicalmente lontani in altre. Ciò che non possediamo è la risposta all’ultima domanda.

Ubi Emma?

Dove sia Emma adesso non lo sappiamo.

Nel 2021 le chiesero se fosse atea. Rispose che non lo sapeva, che non le interessava, che non era una questione su cui investire energie. Non è la domanda del canto, e sarebbe scorretto farle dire ciò che non ha detto. Ma un non lo so sulla soglia e un non lo so cantato davanti alla soglia si somigliano più di quanto convenga ai due partiti che oggi si contendono la sua memoria.

E non è poco significativo che questa ignoranza compaia anche nella riflessione liturgica medievale. Amalario di Metz, nel IX secolo, spiegando perché la Chiesa torna a pregare per i suoi defunti, scrive una frase quasi disarmante:

nescimus qualiter eorum causa habeatur in alia vita.

Non sappiamo quale sia la loro condizione nell’altra vita.

Non sappiamo.

Ed è interessante: Amalario non conclude perciò che non resta nulla da fare. Conclude esattamente il contrario. È proprio perché non sappiamo che continuiamo a celebrare, ricordare, intercedere.

Qui il Medioevo forse dice qualcosa di inatteso al nostro presente.

Davanti alla morte continuiamo spesso a comportarci come davanti alla vita. Prolunghiamo le nostre battaglie oltre la tomba. Gli uni trasformano rapidamente un morto in un santo laico; gli altri sembrano altrettanto ansiosi di consegnarlo alla condanna. Come se al giudizio della storia dovesse necessariamente seguire anche il nostro giudizio sull’eternità.

Un canto medievale introduce invece una pausa. Non è relativismo. Al contrario: è prendere talmente sul serio il giudizio di Dio da riconoscere che non coincide con il nostro.

Per questo non occorre domandare che cosa il Medioevo avrebbe fatto di Emma Bonino. È più interessante domandarsi che cosa un canto medievale possa fare del nostro sguardo su Emma Bonino.

Ubi Plato?

Ubi Emma?

Quis scit, an detur eis requies?

Il Medioevo non può dirci dove sia Emma.

Può però suggerirci che, quando non possiamo più sapere, discutere o decidere la sorte di qualcuno, resta ancora un gesto profondamente cristiano.

Pregare. Il Medioevo lo faceva cantando.

Anima eius et animae omnium fidelium defunctorum, per misericordiam Dei, requiescant in pace.

Amen.

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