Quale Bibbia canta il canto gregoriano?

Un solo versetto del Salmo 67(68), quattro testi latini, due direzioni interpretative. E una domanda inevitabile: da quale testo si traducono le antifone?

Unanimes. Unius moris. Solitarios. Desolatos. Sono quattro parole latine per un medesimo emistichio ebraico, e stanno tutte e quattro dentro libri approvati dalla Chiesa. Il canto gregoriano ne sceglie una, la Vulgata un’altra, la Bibbia latina oggi in vigore una terza; la quarta è di Girolamo, ed è l’unica che in chiesa non sia mai entrata. Chi entra in chiesa la XVII domenica del Tempo ordinario, con ogni probabilità, non sente né l’una né l’altra. E questo non attenua la questione: la sposta.

Un introito esemplare

Il canto d’ingresso della Messa ha un nome antico, introito, e un libro proprio, il Graduale, dove i canti stanno insieme alla loro melodia. Quello della XVII domenica del Tempo ordinario è Deus in loco sancto suo, e si legge a p. 310 del Graduale Triplex, il volume che affianca alla notazione quadrata due notazioni medievali. Il testo viene dal Salmo 67 — 68 nella numerazione moderna, e anche questo scarto avrà la sua parte nella storia —, versetti 6-7 e 36:

Deus in loco sancto suo: Deus, qui inhabitare facit unanimes in domo: ipse dabit virtutem et fortitudinem plebi suae.

Il Messale assegna al canto d’ingresso quattro fini: aprire la celebrazione, favorire l’unione dei fedeli riuniti, introdurre nel mistero del tempo liturgico o della festa, accompagnare la processione.[^1] Questo pezzo è l’esempio che gli studi adducono per il secondo, e la ragione è evidente: mentre l’assemblea si sta costituendo, il canto dichiara che Dio fa abitare unanimi nella sua casa. Il testo cantato e l’azione rituale coincidono.

Su questa valenza esemplare del canto d’ingresso ho scritto altrove, in una pagina rivolta a chi canta in parrocchia, e non la ripeto qui: El canto de entrada: unánimes y concordes, sul sito della diocesi di Tenancingo. Là il punto era pastorale — si può cantare all’unisono senza essere unanimi. Qui il punto è un altro, e nasce da una domanda che quel testo lasciava aperta: unanimes da dove viene?

Quattro latini per un versetto

La risposta obbliga a un piccolo censimento. Con salterio si intende il libro dei Salmi in una determinata versione latina, e la Chiesa latina non ne ha mai avuto uno solo.

I libri di canto conservano qui la lezione — così si chiama, in filologia, la forma assunta da un testo in un dato testimone — del Salterio Romano, la versione latina più antica in uso a Roma, anteriore a Girolamo: qui inhabitare facit unanimes in domo. Una sola anima. Non è un caso isolato: le antifone della Messa del fondo antico presentano con notevole frequenza lezioni romane, ed è uno degli argomenti classici a favore dell’origine romana di questi testi. Ma non è una regola senza eccezioni. Nei libri prodotti in area franca, che sono poi quelli attraverso cui il repertorio romano ci è arrivato, la trasmissione è mista: il Gallicano si impone a nord delle Alpi e assimila progressivamente molte lezioni; talvolta l’antifona e i suoi versetti salmici seguono salteri diversi dentro lo stesso pezzo; inoltre, non ogni lezione non gallicana è romana, perché alcune risalgono ad altri rami della Vetus Latina, cioè al fascio di traduzioni latine che circolavano prima di Girolamo senza formare un testo unico. La provenienza va dunque accertata pezzo per pezzo e, per la questione che qui interessa, l’elemento discriminante è uno solo, perché Deus in loco sancto suo è identico nei due salteri: tutto si gioca sulla variante semantica unanimes contro unius moris.[^2]

La Vulgata Clementina — l’edizione ufficiale della Vulgata pubblicata nel 1592, e testo di riferimento della Chiesa latina per quasi quattro secoli — nei salmi non riporta la traduzione di Girolamo dall’ebraico, ma il Salterio Gallicano, cioè la revisione che Girolamo stesso aveva condotto sul greco. E lì si legge: qui inhabitare facit unius moris in domo.[^3] Di un solo costume: la casa è tenuta insieme da un modo di vivere condiviso. È la lezione su cui si è innestata gran parte della lettura monastica del passo.

Girolamo, in una terza versione — il Salterio iuxta Hebraeos, tradotto verso il 392 direttamente dall’originale ebraico e mai entrato nell’uso liturgico —, aveva scritto solitarios: i solitari. Non «coloro che vivono unanimi», ma «coloro che erano soli» — e a cui Dio dà una casa.

L’origine della divergenza si lascia localizzare con esattezza. L’ebraico ha yeḥidim, i solitari, coloro che stanno soli. I Settanta — la traduzione greca dell’Antico Testamento cominciata ad Alessandria nel III secolo a.C., che fu la Bibbia dei primi cristiani — lo resero con μονότροπος (monótropos), composto di μόνος (mónos), «solo», e τρόπος (trópos), «modo, maniera»: la parola riproduce il senso ebraico, ma è a sua volta leggibile come «di un solo modo». Le versioni latine si separano proprio lì. Chi passa per il greco legge il composto nel secondo senso e ottiene unius moris, e più radicalmente unanimes; chi torna all’ebraico ottiene solitarios.

Infine la Nova Vulgata, la Bibbia latina promulgata nel 1979, che ha sostituito la Clementina ed è oggi il testo di riferimento per la liturgia, legge: Deus, qui inhabitare facit desolatos in domo.[^4] I derelitti.

Non abbiamo dunque quattro opzioni affiancate, ma due rami: uno greco, che culmina nella parola cantata, e uno ebraico, che da Girolamo arriva fino alla Bibbia latina di oggi.

E non solo. La Nova Vulgata modifica anche il versetto precedente, quello da cui l’introito prende il proprio incipit: dove il Gallicano ha Deus in loco sancto suo, il testo attuale scrive Deus in habitaculo sancto suo.[^5] Le tre parole che danno il nome a questo canto non figurano più nella Bibbia latina in vigore.

Nota sui libri: chi è entrato in vigore, e quando

I quattro nomi appena elencati appartengono a epoche lontanissime fra loro, e conviene disporli in ordine.

Il Salterio Romano non è opera di un traduttore: è una delle antiche versioni latine in circolazione prima di Girolamo, quella che a Roma si era imposta. È il testo su cui il repertorio del canto si è formato, ed è rimasto in uso nell’Urbe per secoli — la basilica di San Pietro lo conservò fino al Seicento.

Il Salterio Gallicano nasce a Betlemme intorno al 386-392, e va inteso per quello che è: non una traduzione dall’ebraico, ma una revisione del latino antico che Girolamo condusse confrontandolo con il greco, servendosi dell’edizione critica che Origene aveva allestito nel III secolo. Una traduzione di traduzione, corretta su un’altra traduzione. Prese il nome dalla sua diffusione in Gallia, fu imposto dalla riforma carolingia, e finì per essere il salterio che la Vulgata contiene.

Il Salterio iuxta Hebraeos è di poco successivo, intorno al 392, e questa volta Girolamo traduce davvero dall’originale ebraico. Non entrò mai nella liturgia. È il dato che merita di essere sottolineato: la Vulgata non contiene la migliore versione di Girolamo, perché quando essa fu pronta la Chiesa latina cantava già l’altra. Sedici secoli fa, davanti alla scelta fra il testo più esatto e il testo che si sapeva a memoria, prevalse il secondo.

La Vulgata Clementina arriva mille e duecento anni dopo. Il concilio di Trento (1546) dichiarò «autentica» la Vulgata — da assumere, cioè, come testo normativo nell’uso ecclesiale pubblico — senza però fornirne un’edizione stampata; l’edizione voluta da Sisto V nel 1590 fu ritirata poco dopo la sua morte, e quella pubblicata sotto Clemente VIII nel 1592 divenne il testo di riferimento della Chiesa latina fino al 1979.

Nel Novecento la questione si riapre due volte. Nel 1945 Pio XII, con il motu proprio In cotidianis precibus del 24 marzo, autorizzò l’uso nell’Ufficio divino di un nuovo salterio latino preparato dal Pontificio Istituto Biblico — il Psalterium Pianum, o salterio di Bea — tradotto dall’ebraico e redatto in un latino di gusto classicheggiante.[^6] L’uso era facoltativo. Due anni dopo la Pontificia Commissione Biblica ne estese la facoltà agli altri usi, liturgici ed extraliturgici, ma soltanto per i salmi recitati o cantati integralmente fuori della Messa.[^7] La delimitazione è istruttiva: anche quando il nuovo testo venne ammesso al canto, non sostituì automaticamente le forme liturgiche già ricevute.

Infine la Nova Vulgata. Il Vaticano II chiese la revisione del salterio latino; Paolo VI istituì la commissione il 29 novembre 1965; il Liber Psalmorum uscì nel 1969, l’edizione completa nel 1979, promulgata da Giovanni Paolo II con la costituzione apostolica Scripturarum thesaurus del 25 aprile; l’editio typica altera è del 1986.[^8]

Tre volte, dunque, la Chiesa latina si è trovata davanti alla stessa alternativa, e le tre risposte sono state diverse. Nel V secolo il testo cantato prevalse sul testo esatto. Nel 1945 il testo esatto fu offerto come facoltativo, senza sostituire il testo ricevuto. Dopo il 1979 il testo esatto è diventato la Bibbia della Chiesa, mentre il Messale ha conservato nell’antifona la lezione antica — e la traduzione italiana ha seguito la Bibbia anziché il Messale.

Non decadenza: due criteri

Sarebbe comodo, e falso, leggere qui una storia di decadenza. La lezione della Nova Vulgata coincide sostanzialmente con quella di Girolamo iuxta Hebraeos: desolatos traduce l’ebraico yeḥidim, e va nella stessa direzione di solitarios. La revisione non ha inventato nulla; è tornata alla soluzione più antica e filologicamente meglio fondata.

Il conflitto, dunque, non è tra tradizione e modernità. È tra due criteri entrambi legittimi: la fedeltà al testo ebraico, e la fedeltà al modo in cui la Chiesa latina ha effettivamente pregato quel versetto per dodici secoli.

E c’è un modo di comporli che vale la pena di enunciare. Solitarios e unanimes non nominano due cose alternative, ma due momenti dello stesso movimento: il primo la condizione di partenza — si era soli —, il secondo l’esito — si diventa una sola anima. Il ramo greco-latino non ha dunque frainteso il versetto: leggendo monótropos nel senso di «un solo modo», e spingendolo fino a «una sola anima», ha compiuto uno sviluppo interpretativo che l’uso liturgico ha poi consolidato. Ed è l’esito che la liturgia canta, perché la liturgia è il luogo in cui quell’esito accade.

Che la tradizione del canto appartenga a questo ramo è documentabile perfino nella relazione tra parola e melodia. Nel manoscritto 239 di Laon, uno dei testimoni più antichi e più fini della notazione gregoriana, il notatore assegna una nota in più alla forma uni-animes: secondo González Villanueva, adatta così una melodia composta su unanimes alla variante unianimes, attestata nella tradizione del Salterio Romano.[^9] L’intervento produce sul piano ritmico una «lesione», come osserva lo studioso. Ma il dato che qui interessa è più sobrio: la divergenza fra unanimes e unianimes resta tutta interna al medesimo ramo testuale e alla medesima immagine, quella di una pluralità resa «una sola anima». La melodia e l’intervento di Laon divergono nella forma e nel ritmo, non nell’interpretazione del versetto.

L’editio typica e la versione italiana

Qui il caso diventa istruttivo, perché la divaricazione non passa tra il Graduale e il Messale, ma tra l’editio typica latina — l’edizione ufficiale che ogni versione in lingua moderna deve assumere come libro di riferimento — e la versione italiana del medesimo libro.

Il testo latino dell’antifona d’ingresso della XVII domenica non è stato allineato alla Nova Vulgata: conserva Deus in loco sancto suo e conserva unanimes.[^10] La redazione ha lasciato al testo liturgico la sua lezione.

La versione italiana, invece, non traduce quel latino. Segue il testo biblico: «Dio sta nella sua santa dimora: a chi è solo fa abitare una casa; dà forza e vigore al suo popolo».[^11]

E si può datare il passaggio. Le due formulazioni documentate nei Messali italiani corrispondono esattamente a quelle delle due Bibbie CEI: «ai derelitti» nella seconda edizione del Messale e nella traduzione biblica del 1974, «a chi è solo» nella terza edizione e nella traduzione del 2008.[^12] Il latino, nel frattempo, non è mai cambiato. Dimostrare il nesso causale richiederebbe gli atti della commissione traduttrice; la coincidenza, però, è documentata, ed è già sufficiente a mostrare quale testo la versione italiana consideri il proprio originale.

Il risultato è che per lo stesso giorno il latino dichiara che Dio fa abitare unanimi nella sua casa, e l’italiano che dà casa a chi è solo. Non è una sfumatura. È la differenza tra un canto che dice ciò che il rito sta facendo all’assemblea e un canto che descrive un’opera di misericordia verso terzi. L’introito additato come esempio della finalità di «favorire l’unione dei fedeli riuniti» è, in italiano, un testo che dell’unione non parla. Il latino e l’italiano non pregano lo stesso versetto.

Il confronto con gli altri Messali

Si potrebbe pensare che l’esito fosse obbligato. Non lo era, e il confronto lo dimostra.

Edizione del MessaleAntifona d’ingresso
Latino, editio typica tertiaDeus in loco sancto suo; Deus qui inhabitare facit unanimes in domo…
Italia, III edizione«Dio sta nella sua santa dimora: a chi è solo fa abitare una casa…»
Messico«Dios habita en su santuario; él nos hace habitar juntos en su casa…»
Spagna, III edizione«Dios vive en su santa morada. Dios, el que hace habitar juntos en su casa…»
Argentina, III edizione«Dios habita en su santa morada. Él congrega en su casa a los dispersos…»

Messico e Spagna restano sul ramo greco: habitar juntos rende unanimes, non desolatos. L’italiano è l’unico dei quattro volgari qui censiti a non conservare alcuna traccia dell’abitare insieme.[^13]

Merita attenzione a sé la soluzione argentina, che non sceglie un polo ma tiene il movimento intero: dispersos nomina la condizione di partenza, congrega l’atto con cui Dio la supera. È la sola versione in cui il versetto conserva insieme l’ebraico e il greco, e forse la più intelligente delle quattro.

Vale anche la pena notare che il messicano dice «él nos hace habitar juntos», in prima persona plurale. Non descrive un’opera compiuta su terzi: dichiara ciò che sta accadendo a chi lo pronuncia. È la resa più prossima alla funzione dell’introito.

Il caso spagnolo rende visibile una tensione che è interna alla norma stessa. Mentre il salterio biblico parla dei desvalidos,[^14] il Messale conserva hace habitar juntos en su casa: la traduzione biblica segue il testo di partenza, quella dell’antifona tutela la lezione ricevuta e la sua pertinenza rituale. Le due esigenze presenti in Liturgiam authenticam, l’istruzione vaticana del 2001 che regola la traduzione dei libri liturgici — uniformità della versione scritturistica da una parte, attenzione al contesto liturgico e alla ricezione tradizionale dall’altra — vengono così composte diversamente rispetto all’edizione italiana. L’esito italiano non appare dunque necessario, ma come una delle scelte possibili fra due fedeltà.

Che cosa dice davvero la norma

A questo punto la domanda si sposta: com’è possibile che, sotto le stesse norme, si arrivi a esiti opposti? La risposta è che la norma li consente entrambi, e conviene leggerla da vicino.

Liturgiam authenticam fa dipendere la fonte della traduzione dalla classificazione del testo: i testi di composizione ecclesiastica si traducono dal latino della editio typica, quelli della Sacra Scrittura dalle lingue originali.[^15] Un’antifona d’ingresso sta esattamente sul confine. Non è la Scrittura proclamata: è Scrittura scelta, ritagliata e ricomposta da versetti distanti — qui i vv. 6-7 e il v. 36, l’inizio e la fine del salmo — e assegnata a un momento rituale preciso. Chi ha operato quel ritaglio non stava trasmettendo un testo: lo stava interpretando. Classificarla in un modo o nell’altro non è un preliminare tecnico: è già la decisione, e viene presa senza essere dichiarata.

Due norme, poi, dicono qualcosa di molto preciso sul nostro caso.

La prima riguarda le varianti testuali. È lecito adottare una lezione diversa sulla base delle edizioni critiche e del parere degli esperti; ma non è lecito farlo, in un testo liturgico, quando quella scelta tocchi gli elementi del passo che sono pertinenti al suo contesto liturgico.[^16] È difficile immaginare un’applicazione più letterale: l’elemento pertinente al contesto liturgico di questo introito è precisamente l’unanimità.

La seconda chiede che le traduzioni si conformino alla comprensione dei passi biblici trasmessa dall’uso liturgico e dalla tradizione dei Padri, specialmente per testi importanti come i Salmi; e prescrive di lasciarsi guidare dalla Nova Vulgata e di consultare anche le antiche versioni, fra cui i Settanta.[^17] Cioè proprio il ramo da cui unanimes proviene.

Esiste però una norma che tira in senso contrario, e va detto: la traduzione dei testi liturgici che contengono parole o allusioni bibliche deve favorire la corrispondenza con la versione della Scrittura approvata per l’uso liturgico in quel territorio.[^18] È, con ogni probabilità, il criterio applicato in Italia.

E questa esigenza non è isolata: l’istruzione chiede altrove che la traduzione della Scrittura destinata all’uso liturgico abbia uniformità e stabilità, così che in ogni territorio ne esista una sola, impiegata in tutte le parti dei vari libri liturgici — e tale stabilità, precisa il testo, è da desiderarsi specialmente per il Salterio, libro di preghiera fondamentale del popolo cristiano.[^19]

Nella stessa istruzione convivono dunque due esigenze che in questo caso non possono essere soddisfatte insieme: l’uniformità della versione scritturistica e la tutela della funzione liturgica del testo. L’edizione italiana ha dato la precedenza alla prima, e la scelta è legittima. Ma ha un costo, ed è il costo che questo introito rende visibile meglio di quasi ogni altro pezzo del repertorio: l’antifona ha guadagnato la coerenza con la Bibbia che i fedeli leggono, e ha perduto la capacità di dire all’assemblea ciò che le sta accadendo mentre la canta.

Quale traduzione per le antifone?

Resta la domanda, e non ha risposta ovvia. Ne segnalo i termini, che valgono al di là di questo caso.

Tradurre dal testo biblico approvato. È l’opzione italiana, e ha per sé la coerenza fra l’antifona e la Bibbia che i fedeli leggono. Il costo si vede qui: quando l’antifona si regge su una lezione del salterio antico, questa scelta la dissolve, e il legame fra testo cantato e azione rituale si allenta.

Tradurre dal latino dell’antifona. È l’opzione ispanica, e restituisce all’antifona la sua funzione. Introduce però una dissonanza: chi confronta l’antifona con il salmo nella propria Bibbia trova due testi diversi, e non ha modo di sapere perché.

Tenere insieme i due sensi. È la via argentina, e merita di essere studiata più di quanto sia stata: dichiara la condizione di chi entra e l’opera che lo trasforma, senza sacrificare né l’ebraico né la tradizione liturgica.

Il criterio, in ogni caso, mi pare debba essere questo: un’antifona va tradotta in modo che continui a fare ciò per cui è stata scelta. La lezione filologicamente più vicina all’ebraico resta esatta sul piano biblico; ma se l’antifona che ne risulta non è più in grado di dire all’assemblea ciò che le sta accadendo, essa ha perso una parte decisiva della propria efficacia rituale.

Resta un fatto, almeno nelle edizioni qui confrontate. Il medesimo versetto vive oggi in forme diverse: l’Italia ha privilegiato l’unità con il proprio salterio; Spagna e Messico la parola cantata ricevuta dalla tradizione liturgica; l’Argentina ha cercato di trattenere entrambi i sensi. Nessuna soluzione è senza costo. Nell’italiano, però, è diventata inudibile proprio la parola che legava l’antifona alla funzione del canto d’ingresso. Non è l’errore di qualcuno, ma il costo di una scelta rimasta implicita. Dichiararla, almeno, è alla portata di tutti.


Note

[^1]: Ordinamento Generale del Messale Romano, n. 47.

[^2]: R. Weber (ed.), Le Psautier Romain et les autres anciens psautiers latins, Roma, Abbaye Saint-Jérôme, 1953 (Collectanea Biblica Latina 10), p. 148: Deus qui habitare facit unianimes in domo. La forma unanimes dei libri di canto è una variante grafica della medesima lezione, distinta dal gallicano unius moris. Per la provenienza scritturistica dei singoli pezzi del Graduale, D. M. Fournier, «Sources scripturaires et provenance liturgique des pièces de chant du Graduel de Paul VI», in «Études grégoriennes» 21 (1986) 97-114; 22 (1988) 110-175; 23 (1989) 27-69.

[^3]: Vulgata Clementina, Ps 67,6-7: patris orphanorum, et iudicis viduarum; Deus in loco sancto suo. Deus qui inhabitare facit unius moris in domo.

[^4]: Nova Vulgata, Ps 68,7: Deus, qui inhabitare facit desolatos in domo, qui educit vinctos in prosperitatem; verumtamen rebelles habitabunt in arida terra.

[^5]: Nova Vulgata, Ps 68,6: pater orphanorum et iudex viduarum, Deus in habitaculo sancto suo. Si noti anche lo spostamento di numerazione, Sal 67 → 68, che il Messale italiano non recepisce: l’antifona è citata come «Cf. Sal 67,6.7.36» pur traducendo il testo della Nova Vulgata.

[^6]: Pio XII, motu proprio In cotidianis precibus, 24 marzo 1945 (AAS 37 [1945] 65-67). Il salterio fu preparato da una commissione del Pontificio Istituto Biblico presieduta da Agostino Bea. Cfr. anche Pio XII, enc. Mediator Dei, 20 novembre 1947, che vi fa riferimento.

[^7]: Pontificia Commissione Biblica, responsum De usu novi Psalterii latini extra horas canonicas, 22 ottobre 1947: la facoltà è estesa «ad omnes preces tam liturgicas quam extraliturgicas, dummodo de integris psalmis extra Missam recitandis vel cantandis agatur».

[^8]: Commissione istituita da Paolo VI il 29 novembre 1965; Liber Psalmorum, Typis Polyglottis Vaticanis, 1969; edizione completa promulgata da Giovanni Paolo II, cost. ap. Scripturarum thesaurus, 25 aprile 1979 (AAS 71 [1979] 557-559); editio typica altera 1986.

[^9]: J. I. González Villanueva, «Pauta metodológica en el estudio de las piezas gregorianas. Aportaciones prácticas», in «Estudios Gregorianos» 3 (2008-2010) 33-104, qui p. 61 e nota 23, con l’esempio GT 310.3. L’autore interpreta unianimes come una forma introdotta in una melodia composta sulla parola allora corrente unanimes e giudica ritmicamente lesiva la nota aggiunta; lo stesso notatore mostra altrove un analogo scrupolo grammaticale (ivi, pp. 60-61, con rinvio a L 55).

[^10]: Missale Romanum, editio typica tertia, Typis Vaticanis, 2002, Dominica XVII «per annum», p. 467, ant. ad introitum: Deus in loco sancto suo; Deus qui inhabitare facit unanimes in domo, ipse dabit virtutem et fortitudinem plebi suae.

[^11]: Messale Romano, III edizione italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2020, XVII domenica del Tempo ordinario, antifona d’ingresso. La formulazione e il rinvio «Cf. Sal 67,6.7.36» sono riportati anche nella pagina liturgica ufficiale della CEI del 26 luglio 2026.

[^12]: Messale Romano, II edizione italiana, 1983, XVII domenica del Tempo ordinario: «ai derelitti fa abitare una casa»; Messale Romano, III edizione italiana, 2020: «a chi è solo fa abitare una casa». Cfr. Bibbia CEI 1974, Sal 67,7: «Ai derelitti Dio fa abitare una casa»; Bibbia CEI 2008, Sal 68,7: «A chi è solo, Dio fa abitare una casa».

[^13]: Misal Romano, edizione per il Messico, XVII domenica del Tempo ordinario; il testo è riportato anche nel messale digitale della Conferenza dell’Episcopato Messicano. Per la Spagna, Misal Romano, III edizione, XVII domenica del Tempo ordinario; per l’Argentina, Misal Romano, III edizione, in uso anche in Bolivia, Paraguay e Uruguay.

[^14]: Conferencia Episcopal Española, Sagrada Biblia. Versión oficial, Sal 68(67),7: «Dios prepara casa a los desvalidos, libera a los cautivos y los enriquece».

[^15]: Liturgiam authenticam (2001), n. 24.

[^16]: Ivi, n. 38.

[^17]: Ivi, n. 41 e 41b.

[^18]: Ivi, n. 49.

[^19]: Ivi, n. 36.

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