Il Perdono cantato: L’ufficio serafico del 2 agosto nell’antifonale francescano preconciliare (ed.1928).
Alla Reverenda Madre e alle Sorelle Clarisse
del Monastero del Buon Gesù in Orvieto:
«custodivit nos in omni via».
Con affetto fraterno e perenne riconoscenza.
Il 2 agosto la Chiesa celebra la Beata Vergine Maria degli Angeli della Porziuncola. Chi apre il libro per cantarne i Vespri trova, per antifone e salmi, il Comune della beata Vergine Maria con la salmodia corrente del salterio.1 Il giorno ha una colletta e letture proprie; un proprio antifonale non ce l’ha più.
Lo ha avuto. L‘Antiphonale Romano-Seraphicum del 1928 lo trasmette alle pp. 830–842: quindici antifone salmodiche, due antifone evangeliche, tre inni, i responsori brevi delle Ore minori. Quasi tutti i pezzi sono costruiti su frammenti biblici scelti uno per uno, e la scelta non è casuale.
Vale la pena leggerlo per una ragione che non è archeologica. Il Perdono della Porziuncola è stato narrato dalle fonti francescane, predicato per secoli, regolato da norme canoniche; ma un’elaborazione liturgica distesa l’ha ricevuta una volta sola, qui. Chi voglia sapere che cosa la famiglia francescana abbia pensato cantando del proprio dono più celebre deve andare in queste pagine. Altrove il Perdono è raccontato; qui è pregato.
Quel che segue è dunque la teologia di un formulario storico, letto nel tempo in cui era in vigore.
Nota sul testimone
I testi qui studiati sono citati dall’Antiphonale Romano-Seraphicum pro horis diurnis (Desclée, Parisiis–Tornaci–Romae 1928), pp. 830–842, edizione approvata dalla Sacra Congregazione dei Riti il 13 ottobre 1928 e promulgata dal ministro generale Bonaventura Marrani il 18 ottobre dello stesso anno.
Il volume è un libro delle Ore diurne: il Mattutino non vi figura, e lezioni, responsori notturni e antifone del notturno restano perciò fuori da questa lettura. Ne resta fuori anche la Messa, il cui formulario appartiene al Missale Romano-Seraphicum.
Non è l’unico testimone del repertorio, e non pretende di esserlo. La prefazione Ad Cantorem dichiara con candore la propria genealogia: le parti proprie vengono dall’Antiphonarium curato da Eusebio Clop nel 1903, mai approvato ufficialmente e allora da anni esaurito, in parte minore dai propri di alcune diocesi; e circa ottanta antifone ricevettero per questa edizione melodie nuove. Prima e dopo ci sono altri libri — il Cantuale del 1922 e del 1951, il Breviarium del 1938 con il suo supplemento, il Proprium riformato del 1974 — e ciascuno racconterebbe una fase diversa della stessa storia.
Quella storia qui non si racconta. Il 1928 non è preso come data di composizione né come forma definitiva, ma come la forma in cui questo ufficio è stato materialmente cantato: un libro di canto per le Ore diurne, con le sue note sul rigo, che i frati e le sorelle aprivano il 2 agosto. Ciò che se ne cerca non è la cronologia dei testi ma il percorso teologico che essi disegnano in cantu — la via, la casa, la soglia — e che si offre, oggi come allora, a chi lo prega.
Il Mattutino non vi figura, perché il volume è delle sole Ore del giorno; la Messa appartiene a un altro libro. I testi latini sono trascritti dall’esemplare, i luoghi biblici collazionati sulla Vulgata clementina.
Tutti i testi latini sono trascritti dall’esemplare; i loci biblici sono collazionati sulla Vulgata clementina.
I. Quale dedicazione?
Non è dunque una dedicazione sostituita dal Perdono. È una dedicazione letta nel suo versante ricettivo: la casa non anzitutto come dimora di Dio, ma come luogo dove l’uomo è atteso, ascoltato, e rimandato indietro senza debito.
Chi apre il Comune della dedicazione di una chiesa sa in anticipo che cosa troverà. La città santa che discende dal cielo, le pietre vive, la casa fondata sulla roccia, il timore sacro del luogo: Caelestis urbs Ierusalem, Domus mea domus orationis vocabitur, O quam metuendus est locus iste.2 È una teologia del luogo e dell’edificio ecclesiale: Dio prende dimora, e la dimora visibile diventa segno della Chiesa e della Gerusalemme celeste.
Il formulario serafico del 2 agosto non rifiuta questo linguaggio. Alle Lodi canta i due testi classici della dedicazione del tempio, entrambi dal racconto salomonico: Sanctificavi domum hanc, ut ponerem nomen meum ibi in sempiternum e Oculi quoque mei erunt aperti, et aures meae erectae ad orationem eius qui in loco isto oraverit.3 La dedicazione c’è, ed è quella biblica maggiore.
Ma è scelta in un registro determinato. Dei molti versetti disponibili il formulario prende quelli in cui Dio dichiara di tenere aperti occhi e orecchie verso chi pregherà in quel punto. Non la città che scende, non il timore: la promessa dell’ascolto. E li circonda di testi che al Comune non appartengono — la soglia sapienziale, qui vigilat ad fores meas quotidie, et observat ad postes ostii mei; l’invito, inclinate aurem vestram, et venite ad me; ai primi Vespri il cammino, ai secondi l’arrivo delle genti da lontano.
II.I primi Vespri: la via
Nella sua formulazione tradizionale la concessione non fissa un giorno ma un arco: valga una volta l’anno, dai primi Vespri, compresa la notte, fino ai Vespri del giorno seguente.1 Prima di essere un tema, il Perdono è per questo formulario una durata; e la durata comincia qui. Le antifone che seguono sono le prime parole che la festa pronuncia.
Sono cinque, e nessuna appartiene al Comune della dedicazione.2
- Ite in domum Matris vestrae. (Andate nella casa di vostra Madre).
- Benedicta inter mulieres, et benedicatur in tabernaculo suo. (Benedetta fra le donne, e sia benedetta nella sua dimora).
- Laetetur anima vestra in misericordia eius. (Si rallegri l’anima vostra nella sua misericordia).
- Custodivit nos in omni via. (Ci ha custoditi lungo tutta la via).
- Inclinavit super nos misericordiam, ut daret nobis vitam. (Ha piegato su di noi la sua misericordia, per darci la vita).
Nessuna è composizione libera: sono frammenti biblici prelevati da cinque libri diversi — Rut 1,8; Giudici 5,24; Siracide 51,37; Giosuè 24,17; Esdra 9,9.3 E i salmi non sono propri: è la serie festiva mariana ordinaria. Il lavoro di composizione, dunque, non consiste nell’inventare testi, ma nel cercare nella Scrittura frammenti che si incastrassero in un salterio già dato. Il criterio di quella ricerca si lascia descrivere con precisione.
Anzitutto ogni antifona sopprime i nomi propri del proprio contesto. Scompaiono Noemi e le nuore, scompare Giaele moglie di Eber il Cineo, scompaiono il re di Persia, l’Egitto, i popoli attraversati. Resta un soggetto vuoto e un imperativo, e il vuoto viene rioccupato dai due protagonisti della festa: la Madre e chi cammina verso di lei.
In secondo luogo, tre antifone su cinque portano dentro di sé la parola misericordia. Non nel contesto: nel testo cantato. La prima non si arresta all’invito ma prosegue faciat vobiscum Dominus misericordiam; la terza e la quinta la ripetono. Chi ha compilato la serie non cercava immagini, cercava un lessema.
In terzo luogo — ed è il punto in cui la selezione si rivela deliberata — tre antifone parlano di casa, e ciascuna è collocata sopra il salmo che parla della stessa casa. La terza, che canta la misericordia, sta sopra Laetatus sum in his quae dicta sunt mihi: in domum Domini ibimus. La quarta, che canta la via custodita, sta sopra Nisi Dominus aedificaverit domum, in vanum laboraverunt qui aedificant eam. La quinta, che nomina la casa di Dio, sta sopra Lauda Ierusalem Dominum. Antifona e salmo si rispondono sulla stessa parola, e la parola è domus.
Due antifone meritano attenzione a sé.
La prima viene dal libro di Rut, dove è Noemi che congeda le nuore e rimanda ciascuna alla casa della propria madre — cioè indietro, verso Moab. Separata dal racconto e posta all’ingresso della festa, la frase cambia destinatario e direzione: la casa verso cui si cammina è ora quella di Maria, e la domus matris si identifica con la basilica.
La seconda applica alla Vergine un elogio che nella Scrittura è di Giaele. Tolto il nome, benedicta inter mulieres si salda spontaneamente a Lc 1,42, e il tabernaculum diventa quello mariano. L’operazione non è un’invenzione del compilatore: Antonio di Padova legge già Giudici 5,24 come testo mariano, e conclude un sermone chiamando Maria tabernacolo non manufatto, costruito e dedicato dalla grazia dello Spirito.4 In un ufficio serafico per una dedicazione mariana, la catena tabernaculum – dedicatum – Maria è la catena antoniana.
Quanto all’ultima antifona, essa non tace ciò che il suo contesto biblico dice: lo riporta. In Esdra la misericordia è stata piegata su Israele perché fosse data la vita e fosse innalzata la casa di Dio nostro. È il capitolo della grande confessione delle colpe, e la ricompensa della confessione è un edificio riedificato. Colpa e casa, penitenza e dedicazione, stanno nello stesso versetto prima di stare nella stessa festa.
La parola indulgentia non è ancora stata pronunciata. Ma il campo lessicale è disposto: casa della Madre, misericordia, via custodita, vita restituita, casa di Dio innalzata. Dove il Comune della dedicazione dice o quam metuendus est locus iste, questo formulario dice ite: entrate. Il luogo tremendo è diventato un luogo in cui si è attesi. Nelle antifone la teologia procede per selezione e per taglio, prima che per enunciato — e per enunciato procederà fra poco, perché l’ora non finisce qui.
Il capitolo è preso da Siracide 24, il capitolo in cui la Sapienza descrive la propria dimora: ego quasi libanus non incisus vaporavi habitationem meam.5 È il ponte. Le antifone hanno mandato qualcuno verso una casa; il capitolo fa parlare colei che quella casa la abita.
Poi l’ufficio smette di alludere. L’inno dei primi Vespri, Cantibus sacris hodie resultet, è il primo dei tre racconti del formulario, e racconta l’evento dall’alto.6 La chiesa mariana cara a Francesco risuona di canti sacri per i doni che Cristo vi effuse, su richiesta della Madre. E Cristo parla in discorso diretto:
Dixerat Iesus: Faciam quod optas;
quisquis huc, Mater, veniet suosque
flebit errores, placet hunc ab omni
solvere noxa.Aveva detto Gesù: farò ciò che desideri; chiunque verrà qui, o Madre, e piangerà i propri errori, mi piace scioglierlo da ogni colpa.
Le strofe successive dispongono le folle attorno al trono di Maria, hic, ubi aeternae reserata perstat ianua vitae — qui, dove la porta della vita eterna sta aperta. Poi il racconto diventa istituzionale: gli assisani fanno a gara nell’ornare l’altare, la cappella piccola viene inclusa nel tempio grande, e mille chiese sorgono altrove alle quali Pietro, cui è data la somma potestà sulle cose sacre, conferì lo stesso onore e lo stesso diritto. È la genealogia giuridica dell’indulgenza, cantata.
La dossologia chiude con una precisione che sorprende in un inno:
Laus sonet iugis Triadi supremae,
mota quae gratis precibus Mariae,
sontibus donat veniam, remissa
vindice poena.Risuoni lode perenne alla Trinità somma, che mossa dalle gratuite preghiere di Maria dona ai colpevoli il perdono, rimessa la pena vendicatrice.
Veniam e remissa poena: la distinzione fra colpa e pena, che regge la dottrina dell’indulgenza, è già enunciata ai primi Vespri, e in forma di lode.
Il versetto che segue è tratto da Tobia: coram omnibus viventibus confitemini ei. Quia fecit vobiscum misericordiam suam. È la quinta volta che misericordia risuona in quest’ora.
E allora l’antifona al Magnificat diventa leggibile per quello che è.
O beata Virgo Maria, tu veniae vena! Tu gratiae Mater! Exaudi nos filios tuos, qui hodie fundimus preces ante conspectum tuum.
O beata Vergine Maria, tu vena del perdono! Tu Madre della grazia! Esaudisci noi tuoi figli, che oggi effondiamo preghiere davanti al tuo volto.
Presa da sola la formula proverebbe poco: venia è parola mariana diffusa, e l’immagine della vena — la vena metallifera, la sorgente che affiora — appartiene a un repertorio poetico largo. Ma non è presa da sola: viene subito dopo l’inno che ha appena detto veniam e remissa poena, e chiude l’ora che aveva aperto con ite. La sua forza non è l’esclusività del termine, è la posizione.
E l’immagine dice in due parole ciò che l’inno diceva in sette strofe. Una vena è un condotto, non una sorgente: l’acqua non nasce lì, passa di lì. Maria non è l’origine del perdono; è il punto in cui il perdono affiora e diventa raggiungibile — come la Porziuncola non produce l’indulgenza, ma è il luogo dove la si tocca. Il hic dell’inno e la vena dell’antifona dicono la stessa cosa in due registri, uno topografico e uno mariologico: una mediazione che nulla toglie all’unicità dell’atto di Cristo, e gli assegna un indirizzo.
L’ora è cominciata con un imperativo di movimento e finisce con una parola di perdono. Fra i due estremi non c’è salto: c’è una progressione lessicale condotta con pazienza, antifona dopo antifona.
III. Le Lodi: la casa
Ai primi Vespri si cammina. Alle Lodi si è dentro, e l’ora cambia interamente registro.
Le cinque antifone non hanno più la forma dell’invito rivolto a un plurale in movimento. Sono dichiarazioni al singolare, e in tre casi su cinque a parlare è Dio o la Sapienza in prima persona.1
1. Beatus homo qui audit me, et qui vigilat ad fores meas quotidie, et observat ad postes ostii mei. (Beato l’uomo che mi ascolta, e che ogni giorno veglia alle mie porte e fa la guardia presso gli stipiti del mio ingresso). — Pr 8,34
2. Inclinate aurem vestram, et venite ad me; audite, et vivet anima vestra. (Porgete l’orecchio e venite a me; ascoltate, e la vostra anima vivrà). — Is 55,3
3. Sanctificavi domum hanc, ut ponerem nomen meum ibi in sempiternum; et erunt oculi mei et cor meum ibi cunctis diebus. (Ho santificato questa casa, per porvi il mio nome per sempre; e i miei occhi e il mio cuore saranno lì tutti i giorni). — 3 Re 9,3
4. Ego diligentes me diligo; et qui mane vigilant ad me, invenient me. (Io amo quelli che mi amano; e chi veglia verso di me fin dal mattino, mi troverà). — Pr 8,17
5. Oculi quoque mei erunt aperti, et aures meae erectae ad orationem eius qui in loco isto oraverit. (Anche i miei occhi saranno aperti e le mie orecchie tese alla preghiera di chi avrà pregato in questo luogo). — 2 Cr 7,15
Un dato tecnico prima di leggerle: i salmi delle Lodi sono quelli della domenica, senza scelta propria.2 Ai primi Vespri il lavoro di composizione consisteva anche nell’incastro fra antifona e salmo; qui non c’è incastro possibile, e dunque tutto il peso è sulle antifone. Chi le ha scelte sapeva di dover dire, con cinque frammenti e nient’altro, che cosa sia questa chiesa.
La provenienza dei cinque frammenti è alternata: due dai Proverbi, uno da Isaia, due dal racconto salomonico. E la disposizione non sembra casuale, perché al centro esatto della serie sta la dedicazione del tempio.
Le due antifone salomoniche sono, dei testi biblici sulla dedicazione, i più classici. La terza è la risposta di Dio a Salomone dopo la preghiera di consacrazione: ho santificato questa casa perché vi ponessi il mio nome per sempre. La quinta appartiene alla stessa scena nella redazione delle Cronache. Il formulario, dunque, non evita la dedicazione: canta il testo maggiore che la Scrittura le dedica.
Ma la sceglie in un punto preciso. Dei molti versetti disponibili in quel racconto — la nube che riempie il tempio, il fuoco che scende, la gloria che impedisce ai sacerdoti di stare in piedi — prende quelli in cui Dio non manifesta la propria potenza ma dichiara la propria attenzione: i miei occhi e il mio cuore saranno lì tutti i giorni; i miei occhi saranno aperti e le mie orecchie tese alla preghiera di chi pregherà in questo luogo. Non la teofania: la disponibilità all’ascolto.
E qui si vede perché le antifone sapienziali siano state intercalate. La prima dice che è beato l’uomo che veglia alle porte della Sapienza e ne osserva gli stipiti; la quarta, che chi la cerca al mattino la trova. Vegliare, osservare, cercare: verbi di attesa umana. Le due salomoniche rispondono con verbi di attesa divina: occhi aperti, orecchie tese. L’ora è costruita su una reciprocità di sguardi. L’uomo veglia sulla soglia da fuori; Dio tiene gli occhi aperti da dentro. Fra i due sta la porta — fores, postes ostii — che è l’unico elemento architettonico nominato in tutta la serie.
Il capitolo è lo stesso dei primi Vespri, la Sapienza che descrive la propria dimora.3 Poi viene l’inno.
Regina caeli pauperem è il secondo dei tre racconti del formulario, e racconta lo stesso evento di Cantibus sacris dal basso, finendo altrove.4
Comincia con una visita: Regina caeli pauperem almo simul cum Filio dignatur Aedem visere, cincta Angelorum millibus — la Regina del cielo si degna di visitare, insieme al Figlio, la chiesa povera, circondata da migliaia di angeli. L’aggettivo è collocato con cura, pauperem Aedem, e su quella povertà poggia tutto il seguito.
La seconda strofa è la più trascurata e la più importante:
Hinc aula facta Caelitum
Aedes sacrata cernitur,
novo refulgens lumine
hymnisque laetis personans.Da quel momento la chiesa, fatta aula dei celesti, si vede consacrata, risplendente di luce nuova e sonora di inni festosi.
Il verbo è cernitur, si vede. La consacrazione non viene decretata: viene constatata. Nessun vescovo, nessun crisma, nessuna deposizione di reliquie. Il rito di dedicazione che la festa commemora è, in questo racconto, la visita stessa.
Solo dopo viene la domanda. Francesco in preghiera contempla, adora il Figlio in ginocchio, saluta la Madre della grazia; et inde Christo supplicat, ut quisquis Aedem poenitens intret, benignam criminum reportet indulgentiam.
La concessione ha una struttura precisa, distribuita su due strofe: poenitens intret, la disposizione del soggetto; supplicat, l’intercessione di Francesco; Virgine favente, la mediazione mariana; Christus annuit, l’unico atto propriamente efficace. Il perdono non è mai una proprietà del luogo. Il luogo è dove la catena si chiude.
Poi l’inno smette di raccontare e chiama:
Venite, gentes, prospera
intrate Matris limina:
hic obtinentur munera,
hic expiantur crimina.Venite, genti, varcate la soglia propizia della Madre: qui si ottengono i doni, qui sono espiate le colpe.
Si noti l’avverbio. Hic, tre volte in due strofe — hic iuge signum porrigit, hic obtinentur, hic expiantur — dopo che l’inno dei primi Vespri aveva già detto hic, ubi aeternae reserata perstat ianua vitae. Non «presso Dio», non «nella Chiesa»: qui, in questo edificio, sotto queste travi.
Ed è a questo punto che si vede l’operazione più fine del formulario, che non sta in nessuno dei testi ma nel loro accostamento. Pochi minuti prima, l’ultima antifona ha fatto dire a Dio: le mie orecchie saranno tese alla preghiera di chi pregherà in questo luogo. L’inno che segue racconta un uomo che ha pregato in quel luogo ed è stato esaudito. L’antifona enuncia la condizione, l’inno riferisce il caso. Nell’arco di un’unica ora l’ufficio pone la promessa fatta a Salomone e ne esibisce l’adempimento in una cappella di pietra grezza in mezzo a un bosco.
Il versetto è mariano e conclude l’ora sul saluto: Ave Regina caelorum. Ave Domina Angelorum.
Un’ultima osservazione, che va nella direzione contraria. L’antifona al Benedictus non è propria: è Ave Maria, presa dal Comune.5 È l’unico dei quattro pezzi evangelici del giorno a non essere composto per la festa, mentre entrambe le antifone al Magnificat lo sono. Lo sforzo compositivo del formulario si concentra sui Vespri, e alle Lodi lascia che sia la salmodia domenicale e il saluto angelico a chiudere. È un dato che indebolisce l’idea di un proprio uniformemente costruito, e conviene registrarlo: l‘ufficio non è un’opera unitaria, è una stratificazione in cui alcune ore sono state lavorate più di altre.
Resta che, per quanto riguarda la teologia del luogo, le Lodi sono l’ora decisiva. Il Comune della dedicazione santifica un edificio perché Dio vi abita. Qui l’edificio è santo per la stessa ragione — la dedicazione non è negata, è raccontata altrimenti — ma alla dimora si aggiunge un fatto databile: in quel punto una domanda è stata accolta. La festa non commemora soltanto una consacrazione, e non commemora soltanto una concessione: le fa coincidere nello stesso edificio, e a poche righe di distanza.
IV. I secondi Vespri: la soglia
L’ora che chiude la festa chiude anche l’arco della concessione. E cambia ancora prospettiva: ai primi Vespri si cammina verso una casa, alle Lodi si sta dentro e si è ascoltati, qui si guarda arrivare qualcun altro.
Le cinque antifone vengono da due soli libri, e sono le stesse in tutte le loro fonti: la Gerusalemme che si riveste e riceve i figli che tornano.1
1. Induere decore et honore eius, quae a Deo tibi est sempiternae gloriae.
(Rivèstiti del decoro e dell’onore di quella gloria eterna che ti viene da Dio). — Bar 5,1-2
2. Luce splendida fulgebis, et omnes fines terrae laudabunt te.
(Risplenderai di luce splendida, e tutti i confini della terra ti loderanno). — Tb 13,13
3. Deus enim ostendet splendorem suum in te, omni qui sub caelo est.
(Dio infatti mostrerà il tuo splendore a ogni uomo che è sotto il cielo). — Bar 5,3
4. Nationes ex longinquo ad te venient, et munera deferentes adorabunt in te Dominum, et terram tuam in sanctificationem habebunt.
(Le nazioni verranno a te da lontano e, portando doni, adoreranno in te il Signore, e terranno la tua terra come luogo santo). — Tb 13,13
5. Adducet enim Deus Israel filios tuos ad te, cum iucunditate in limine maiestatis suae, cum misericordia et iustitia quae est ex ipso.
(Il Dio d’Israele infatti condurrà a te i tuoi figli, con letizia, sulla soglia della sua maestà, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui). — Bar 5,6-9
I salmi tornano a essere quelli della serie festiva mariana, gli stessi dei primi Vespri.2 La simmetria è voluta: la giornata comincia e finisce sotto lo stesso salterio, e ciò che cambia è soltanto ciò che le antifone gli fanno dire. La mattina quei salmi hanno detto in domum Domini ibimus sotto un’antifona di misericordia; la sera dicono Lauda Ierusalem sotto un’antifona di figli ricondotti.
Perché Baruc e Tobia. Sono i due luoghi in cui la Scrittura descrive non la costruzione di un santuario ma la convergenza su di esso: Gerusalemme sta ferma e vestita di gloria, e le genti arrivano da lontano. È la figura biblica di ciò che il 2 agosto accadeva materialmente attorno a una cappella umbra. Il formulario non paragona la Porziuncola a Sion per iperbole devota: prende i testi in cui Sion riceve, e li applica al luogo che quel giorno riceveva.
Due dettagli meritano di essere isolati.
Il primo è l’ultima parola della quarta antifona: et terram tuam in sanctificationem habebunt, terranno la tua terra come luogo santo. Non è la santità dichiarata da un rito: è la santità riconosciuta da chi arriva. Nel giro di ventiquattr’ore l’ufficio ha detto tre volte, in tre modi, che cosa rende santo quel punto — la visita della Regina alle Lodi (Aedes sacrata cernitur), la parola di Dio a Salomone (sanctificavi domum hanc), e ora lo sguardo delle nazioni.
Il secondo è nella quinta: in limine maiestatis suae, sulla soglia della sua maestà. È la terza volta che la soglia compare, e ogni volta con parola diversa — ianua vitae ai primi Vespri, Matris limina alle Lodi, limen maiestatis qui. È l’unico termine che attraversa tutte e tre le ore, e ogni volta si sposta di piano: la porta della vita, la porta della Madre, la porta della maestà. Lo stesso varco, guardato da tre altezze diverse.
E nella stessa antifona torna, per l’ultima volta, la parola che ha percorso il giorno intero: cum misericordia et iustitia quae est ex ipso. Con la misericordia — e con la giustizia. È la sola occorrenza in cui le due compaiono insieme, e non è una sfumatura: prepara l’inno
L’inno dei secondi Vespri, Maria cui nil Filius, è il terzo e ultimo racconto del formulario, e in realtà non racconta nulla.3 Gli altri due avevano per oggetto l’evento e il luogo; questo ha per oggetto il soggetto che prega, ed è l’unico dei tre scritto in prima persona plurale. Non descrive: chiede.
E procede per gradi netti. Chiede anzitutto, se è accaduto di peccare, di poter piangere e cancellare subito la colpa; poi che cada su di noi ogni poenalis actio, ogni conseguenza penale; infine che il cuore, lavate le sordidezze, arda di quell’amore santo che Cristo esige di diritto, dum praebet indulgentiam, mentre concede l’indulgenza.
flere — il pianto della colpa
tergere nefas — la colpa cancellata
poenalis actio — la pena che viene meno
cor ferveat — il cuore che arde
La distinzione fra colpa e pena — la stessa che regge la dottrina dell’indulgenza, e che l’inno dei primi Vespri aveva già enunciato in forma di lode con sontibus donat veniam, remissa vindice poena — non è qui affermata come tesi, ma agita come sintassi: due domande successive, due verbi diversi. Ed è a questo punto che si capisce perché l’antifona precedente avesse messo insieme misericordia e giustizia. La pena è ciò che la giustizia esige; l’indulgenza è ciò che la misericordia rimette. L’inno chiede l’una avendo appena cantato l’altra.
Ma il termine del processo non è la quiete di chi non deve più nulla. È l’amore. L’inno non finisce con l’assoluzione, finisce con la combustione: ferveat. La remissione della pena, in questa teologia, non chiude un conto: libera un’energia. E una strofa lega quell’energia a una forma concreta, chiedendo che la nostra vita scorra aderendo ai costumi di Francesco.4
Il versetto è il Magnificat anticipato: Beatam me dicent omnes generationes. Quia fecit mihi magna qui potens est.
E l’antifona al Magnificat chiude la festa restituendo tutto all’unico agente:
Benedictus Dominus, quia hodie nomen tuum ita magnificavit, ut non recedat laus tua de ore hominum.
Benedetto il Signore, perché oggi ha così magnificato il tuo nome, che la tua lode non si allontani dalla bocca degli uomini. — Gdt 13,31
Vale la pena confrontarla con quella che ventiquattr’ore prima aveva aperto la festa. Ai primi Vespri l’antifona al Magnificat era una domanda rivolta a Maria: tu veniae vena… exaudi nos filios tuos, qui hodie fundimus preces. Qui è una benedizione rivolta a Dio per ciò che ha fatto a Maria. Lo stesso avverbio, hodie, apre e chiude; ma nel primo caso designa il giorno in cui si supplica, nel secondo il giorno in cui si constata. L’ufficio si apre chiedendo e si chiude benedicendo, e fra le due antifone sta tutto ciò che è stato concesso.
V. Quanto prova l’orazione
Il proprio ha un’unica orazione, stampata due volte — dopo l’antifona al Magnificat dei primi Vespri e dopo quella dei secondi — con testo identico.1 È l’unico testo eucologico della giornata, e conviene leggerlo con attenzione perché è, di tutto il formulario, quello che prova meno.
Deus qui per sanctissimam Genitricem tuam, super Angelorum choros exaltatam, hominibus dispensare bona cuncta voluisti: per ipsam tribue nobis, de tibi consecrata eius Aede memoriam agentibus; ut nunc peccatorum indulgentiam et gratiarum copiam impetremus, ac tandem beatorum spirituum consortium et gaudium caelestis mansionis habeamus.
O Dio, che per mezzo della tua santissima Genitrice, esaltata sopra i cori degli angeli, hai voluto dispensare agli uomini ogni bene: per mezzo di lei concedi a noi, che facciamo memoria della sua chiesa a te consacrata, di ottenere ora l’indulgenza dei peccati e l’abbondanza delle grazie, e infine la compagnia degli spiriti beati e la gioia della dimora celeste.
È forte la tentazione di leggere indulgentiam in senso canonico e di caricare quel nunc di valore tecnico: adesso, in questo giorno, per questa concessione. Meglio resistere. Peccatorum indulgentia è formula eucologica corrente che nella grande maggioranza dei casi significa semplicemente perdono dei peccati; e il nunc è congiuntura ordinaria delle collette, che oppone l’oggi celebrativo al tandem escatologico della clausola successiva. La coppia nunc… ac tandem è uno schema, non un’allusione.
Quel che l’orazione dice davvero è un’altra cosa, ed è dedicatorio: de tibi consecrata eius Aede memoriam agentibus, facendo memoria della chiesa a te consacrata e a lei dedicata. Il motivo della festa, nell’unico testo in cui la Chiesa parla ufficialmente a Dio, è la consacrazione di un edificio.
E vale la pena elencare che cosa non vi compare: Francesco, il penitente, la soglia, la visita della Regina, la concessione, il papa che la estese. Nessuno dei sei elementi su cui gli inni hanno costruito la giornata. Chi volesse dimostrare che questo formulario è edificato sul Perdono, e cominciasse di qui, avrebbe scelto il punto peggiore del proprio.
Da questo si ricava la gerarchia delle prove, che è ciò che rende l’argomento resistente.
Prova piena i tre inni. Cantibus sacris narra l’evento, cita il consenso di Cristo in discorso diretto, registra l’estensione ad altre chiese e distingue in dossologia la colpa dalla pena. Regina caeli pauperem racconta la stessa scena dal basso e la converte in chiamata. Maria cui nil Filius ne espone la struttura interna, dal pianto della colpa al cuore che arde. Tutti e tre nominano l’indulgenza; due la raccontano, uno la chiede.
Prova indiretta ma robusta le quindici antifone salmodiche. Non pronunciano mai la parola — nemmeno una volta in ventiquattr’ore — ma le costruiscono attorno un lessico coerente per selezione biblica: la misericordia cinque volte nei soli primi Vespri, la via custodita, le porte e gli stipiti, gli occhi aperti alla preghiera di chi pregherà in quel luogo, le genti che arrivano da lontano e riconoscono santa quella terra.
Prova per posizione le due antifone al Magnificat. Veniae vena non dimostra nulla presa da sola: venia è parola mariana diffusa, e chi vi fondasse la tesi si esporrebbe alla prima obiezione seria. Ma non è presa da sola — segue immediatamente un inno che ha appena detto veniam e remissa poena.
Semplice corroborazione l’orazione.
Il tema del Perdono, in questo formulario, sta nell’innodia e nella selezione biblica, non nell’eucologia. È un dato di fatto sulla distribuzione, e non è neutro. L’inno è il genere in cui la Chiesa dice ciò che vuole far ricordare; l’orazione è la voce con cui si rivolge a Dio impegnando la propria fede. Che l’indulgenza abiti i tre inni, informi quindici antifone e sfiori appena l’unica orazione non è una debolezza del proprio: è una collocazione, e per giunta prudente. La Chiesa canta la concessione e chiede il perdono — che non sono la stessa cosa, e i redattori del formulario mostrano di saperlo.
VI. Perché il perdono chiede un luogo
Il paradosso di questa festa è che dedica un edificio a un evento che, per definizione, nessun edificio contiene. Il perdono non è una risorsa localizzata. Eppure l’ufficio insiste: ite, venite, intret, intrate, hic, hic, hic. Cinque imperativi di movimento e quattro avverbi di luogo in ventiquattr’ore di preghiera.
La ragione non è anzitutto teologica ma antropologica, ed è la stessa che regge ogni sacramento: ciò che non ha luogo non ha data, e ciò che non ha data non si può ricordare di aver ricevuto. La misericordia infinita ha bisogno di un punto finito per essere creduta da chi la riceve. Perciò questi testi mandano a camminare, a varcare una soglia, a stare in un posto. Non perché Dio sia più presente là, ma perché il penitente abbia un là a cui tornare con la memoria.
Il formulario lo dice però in un modo che il Comune della dedicazione non aveva previsto, e che si lascia riassumere in tre parole ricorrenti.
La prima è casa. Ai primi Vespri la parola torna cinque volte, fra antifona e salmo: la casa della Madre, la casa del Signore verso cui si va, la casa che invano si edifica senza il Signore, la casa di Dio che viene innalzata. Alle Lodi la casa è santificata perché vi sia posto il nome. Non è un’immagine devota: è la struttura lessicale dell’ora.
La seconda è soglia, e ricorre una volta per ciascuna delle tre Ore, ogni volta con parola diversa. Ai primi Vespri è ianua vitae, la porta della vita eterna che sta aperta dove le folle assediano il trono di Maria. Alle Lodi è Matris limina, la soglia della Madre che le genti sono chiamate a varcare. Ai secondi Vespri è in limine maiestatis suae, la soglia della maestà sulla quale Dio riconduce i figli. Lo stesso varco, guardato da tre altezze: la vita, la Madre, la maestà. È l’unico termine che attraversa l’intero ufficio, e nessuna delle tre occorrenze traduce le altre.
La terza è misericordia, che i primi Vespri pronunciano cinque volte prima che l’inno arrivi a dire venia. Il formulario, prima di nominare l’indulgenza, si è costruito il campo in cui essa possa essere capita.
E allora si vede che cosa distingue questa dedicazione. Il Comune santifica un luogo perché Dio vi abita, e ne canta il timore: o quam metuendus est locus iste. Questo proprio non nega la dimora — la afferma con i testi salomonici maggiori, sanctificavi domum hanc — ma ne sceglie il versante ricettivo: gli occhi aperti, le orecchie tese, la promessa di ascolto a chi pregherà in quel punto. E poi vi accosta il racconto di un uomo che in quel punto ha pregato ed è stato esaudito. Nel Comune il luogo è santo perché Dio vi si è stabilito; qui il luogo è santo anche perché lì una domanda è stata accolta.
Le due antifone al Magnificat misurano l’intera distanza percorsa, e lo fanno con lo stesso avverbio. La prima, che apre la festa, chiede: exaudi nos filios tuos, qui hodie fundimus preces ante conspectum tuum. L’ultima, che la chiude, constata: benedictus Dominus, quia hodie nomen tuum ita magnificavit. Lo stesso hodie: nel primo caso il giorno in cui si supplica, nel secondo il giorno in cui si benedice per ciò che è stato fatto. Fra i due sta tutto l’ufficio, e fra i due — nella misura tradizionale della concessione — sta anche tutto il tempo in cui il dono si poteva ricevere.
Resta, alla fine, la prima parola di tutte. Ite in domum Matris vestrae: andate alla casa di vostra Madre. Nel libro di Rut era un congedo, e Noemi la diceva a due donne che rimandava indietro. Qui è un invito, ed è rivolto a chiunque. La differenza non sta nelle parole, che sono identiche, ma nel fatto che a qualcuno si dice «va’ a casa» soltanto quando può ancora tornarci.
Note
- Testi del Comune della dedicazione secondo l’Antiphonale Romanum (Roma–Tournai, Desclée, 1912): inno Caelestis urbs Ierusalem, antifone Domus mea domus orationis vocabitur e O quam metuendus est locus iste. Il rinvio è tematico, non storico.
- Antiphonale Romano-Seraphicum pro Horis diurnis, Desclée, 1928, pp. 830–842: proprio del 2 agosto, In Dedicatione Basilicae S. Mariae Angelorum. Formulario sostanzialmente ripreso nel Breviarium Romano-Seraphicum del 1951.
- Oude Vrielink, studio comparativo dei formulari della festa della Porziuncola [riferimento bibliografico completo da integrare]. Nella sezione metodologica l’autore dichiara di confrontare prefazi, orazioni e antifone evangeliche, escludendo espressamente gli inni per ragioni di estensione, insieme alle restanti antifone dell’Ufficio, ai responsori e alla salmodia. Le conclusioni sull’attenuazione del tema indulgenziale nel 1974 valgono dunque per quel corpus.
- Regina caeli pauperem, inno alle Lodi del proprio citato alla nota 2. pa.
- Maria cui nil Filius, inno ai secondi Vespri; l’incipit figura già nell’indice del Cantuale Romano-Seraphicum, 1922. L’inno è attestato anche nella processione con cui si annunciava l’indulgenza della Porziuncola.
- Colletta del proprio del 1928. Il Breviarium Romano-Seraphicum (Malines, H. Dessain, 1880) non presenta, per questa festa, un proprio dell’Ufficio
- Liturgia Horarum. Proprium Ordinis Fratrum Minorum, 1974: nota storica del 2 agosto e indice degli inni.

