I pensieri del Cuore tra litanie, eucologia e canto
Chi prega le litanie del Sacro Cuore si trova presto in mezzo a una folla di nomi. Sono decine, e si rincorrono senza sosta: l’elenco può perfino lasciare perplessi. Perché tanti nomi per una sola realtà? La domanda non è oziosa, perché tocca il sospetto che accompagna da sempre questa devozione: che sia tutta tenerezza, una pietà del sentimento più che una forma della fede.
Eppure basta ascoltare come la liturgia canta questo Cuore, nel testo, nell’eucologia e perfino nella melodia, per accorgersi che il punto non è anzitutto provare qualcosa, ma lasciarsi attrarre dentro un modo di amare. E il primo nome che la liturgia gli dà, nell’introito della festa, non viene dal vocabolario degli affetti: viene da quello del pensiero.
L’introito della solennità non comincia da un’effusione, ma da un verbo del pensare: Cogitationes Cordis eius in generatione et generationem, «i pensieri del suo Cuore, di generazione in generazione» (Sal 32[33],11). C’è già qui una piccola sorpresa: la festa più affettiva del calendario si apre dicendo che il Cuore di Cristo pensa. E i suoi pensieri non sono l’emozione di un istante, ma un disegno che dura, che attraversa le generazioni.
E l’antifona non si ferma al nome. Dice anche di che cosa quei pensieri sono fatti, e lo dice con due verbi esatti: ut eruat a morte animas eorum et alat eos in fame, «per strappare alla morte le loro anime e nutrirli nella fame». Strappare e nutrire. Il pensiero del Cuore non è benevolenza generica. È un pensiero che salva e un pensiero che dà da mangiare. La liturgia li mette in apertura, come una chiave per tutto ciò che segue.
Nella Scrittura, il cuore non è soltanto il luogo dell’emozione. È il centro profondo della persona: là dove nascono pensieri, memoria, desiderio, decisione, obbedienza. Si ama Dio con tutto il cuore, ma dal cuore possono uscire anche i pensieri cattivi; Maria custodisce e medita nel cuore; Dio guarda il cuore, non l’apparenza. Per questo, quando il salmo parla delle cogitationes cordis, non separa il pensiero dall’amore. Dice che l’amore di Dio ha una sapienza, una fedeltà, un disegno.
Applicata al Cuore di Cristo, questa antropologia biblica diventa decisiva: il Cuore del Verbo incarnato non è un puro simbolo sentimentale, ma il luogo umano in cui il disegno eterno di Dio si lascia ascoltare nella carne.
Questa sapienza del Cuore non nasce dal nulla. La festa del Sacro Cuore è arrivata tardi nel calendario romano, ma non perché il mistero fosse nuovo. Prima ancora delle approvazioni liturgiche, la Chiesa aveva già imparato a guardare al costato aperto del Signore come alla porta dei sacramenti, alla ferita da cui sgorgano sangue e acqua, alla sorgente della Chiesa. La storia della festa è una lenta maturazione: dal Medioevo mistico a san Giovanni Eudes, dalle esperienze di santa Margherita Maria Alacoque fino all’estensione alla Chiesa universale nel XIX secolo1. La liturgia, quando assume questa devozione, non canonizza semplicemente una sensibilità: riconosce che in quel Cuore trafitto si raccoglie il mistero intero dell’amore redentore.
Anche le litanie appartengono a questa storia2. Non sono un accessorio sentimentale, né una corona di immagini lasciate alla fantasia devota: sono una forma ecclesiale del nominare. La Chiesa prende molte parole, fornace, fonte, tempio, abisso, casa, porta, e le dispone in ordine di preghiera. Così il Cuore non viene ridotto a un’immagine: viene attraversato come un mistero.
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C’è poi una piccola famiglia di parole da accostare. La liturgia conosce un altro introito, Ego cogito cogitationes pacis: «Io penso pensieri di pace». Nel Sacro Cuore quella parola sembra farsi più interna: da «io penso pensieri» a Cogitationes Cordis eius, «i pensieri del suo Cuore». Non è una dipendenza da dimostrare, ma una risonanza da accogliere: la liturgia fa cantare il pensiero di Dio.
Guglielmo di Auxerre, leggendo il formulario dell’Ego cogito, lo colloca dentro una grande scena di riconciliazione. L’introito annuncia i pensieri di pace di Dio, cioè il suo desiderio di ricondurre a sé il popolo; l’Alleluia canta il Signore che sana i cuori spezzati, Qui sanat contritos corde; l’offertorio fa salire il grido De profundis. A quel grido, Guglielmo fa rispondere Giuseppe, figura di Cristo: nolite timere, ego pascam vos, «non temete, io vi nutrirò». L’introito del Sacro Cuore sembra raccogliere tutto questo nel centro vivo della carne del Signore: ut eruat a morte animas eorum et alat eos in fame. Il grido sale dal profondo dell’uomo; la risposta sgorga dal profondo del Cuore trafitto. Il Cuore che pensa è il Cuore che nutre.
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C’è infine una memoria sonora che merita un ascolto attento. L’introito Cogitationes Cordis eius non appartiene al nucleo più antico del repertorio gregoriano: è una composizione più recente, ma costruita con materiali che respirano dentro la tradizione.
La prima cosa che l’orecchio nota è che il canto non corre. Sosta. La parola Cogitationes viene quasi appoggiata su una corda luminosa, e lì rimane: non un semplice luogo di passaggio, ma una specie di dimora sonora. La melodia scende e risale, ma quella corda continua ad attirarla. L’introito non imita il battito del cuore. Piuttosto, sembra palpitare su quella corda. E la ripetizione del suono non produce un effetto descrittivo, ma una forma di insistenza interiore: i pensieri del suo Cuore non passano, non scivolano via. Sostano, ritornano, rimangono.
Su questa corda luminosa si innesta una genealogia. Liborius Lumma ha notato nell’introito la luminosità del quinto modo e, nella parte conclusiva, alcuni tratti più discreti del sesto3. Ancora più suggestiva è l’osservazione di Christopher Lazowski: la seconda metà dell’introito riprenderebbe l’andamento melodico di Laetare Ierusalem, l’introito della quarta domenica di Quaresima. La cosa è bellissima, se la si ascolta senza forzarla. Là la Chiesa canta ut exsultetis et satiemini, «perché esultiate e siate saziati»; qui canta ut eruat a morte animas eorum et alat eos in fame, «perché egli liberi dalla morte le loro anime e li nutra nella fame». Le sonorità dell’esultanza diventano le sonorità della liberazione dalla morte; la promessa della sazietà materna di Gerusalemme diventa il nutrimento offerto dal Cuore del Redentore.
Il Sacro Cuore, allora, non è cantato nella tonalità spirituale del lutto. È il Cuore trafitto, ma trafitto nella luce della Risurrezione. La ferita non viene cancellata: viene trasfigurata. Il canto non ci trattiene davanti alla croce come davanti a una scena dolorosa; ci fa ascoltare la croce già attraversata dalla gioia pasquale.
Non diciamo che l’introito sia in quinto modo «perché» parla delle piaghe: sarebbe troppo. Possiamo però ricordare che una tradizione medievale, quella che Guglielmo di Auxerre raccoglie nella sua lettura dei toni, ha letto il quinto attraverso il numero cinque: i cinque sensi, la loro custodia e la loro guarigione, e le cinque piaghe del Signore. Allora il quinto modo non spiega il Sacro Cuore; lo lascia risuonare nella carne ferita e gloriosa del Risorto.
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Non per nulla l’enciclica che ha consegnato questa devozione al nostro tempo porta come nome un verso d’acqua e di gioia: Haurietis aquas in gaudio de fontibus Salvatoris (Is 12,3), «attingerete acque con gioia dalle sorgenti del Salvatore». Acqua dal costato, sorgente, letizia: in tre parole c’è già quasi tutto. Non a caso Pio XII, nel centenario dell’estensione della festa alla Chiesa universale, invitava a cercare nella Scrittura, nella Tradizione e nella sacra liturgia la sorgente limpida della devozione al Sacro Cuore. È una nota importante: il Sacro Cuore non vive solo nella cappella laterale della pietà privata. Appartiene al centro della fede, perché rimanda al Verbo incarnato, alla croce, ai sacramenti, alla carità divina e umana del Figlio.
Forse per questo la liturgia non ha paura di chiamare il Cuore con molti nomi. Lo canta come fornace, fonte, tempio, abisso, porta del cielo. Non perché il mistero si lasci chiudere in una formula, ma perché l’amore di Cristo ha bisogno di molte soglie per raggiungere il cuore dell’uomo.
E alla fine resta proprio questo: un Cuore aperto. Aperto sulla croce, quando sangue e acqua sgorgano dal fianco del Signore. Aperto nella Chiesa, che continua a vivere dei sacramenti nati da quel costato4. Aperto nella preghiera, dove ogni invocazione delle litanie diventa quasi un passo più vicino alla ferita gloriosa dell’Agnello.
Il Sacro Cuore non ci chiede anzitutto di provare qualcosa. Ci chiede di lasciarci attirare dentro il suo modo di amare: un amore che pensa, custodisce, perdona, nutre, salva. Per questo l’introito può ancora cantare: Cogitationes Cordis eius. I pensieri del suo Cuore. Non pensieri lontani. Non pensieri freddi. Pensieri di misericordia, preparati da sempre, perché nessuna fame resti senza pane e nessuna morte resti senza risurrezione.
1Cfr. Pio XII, enc. Haurietis aquas (1956). A san Giovanni Eudes risale il primo ufficio liturgico in onore del Sacro Cuore (Francia, 20 ottobre 1672); Clemente XIII approvò la celebrazione per i vescovi di Polonia e per l’Arciconfraternita romana (1765); Pio IX la estese alla Chiesa universale (1856).
2Le Litanie del Cuore di Gesù furono approvate per tutta la Chiesa nel 1891. Sul loro contenuto segnatamente biblico e sulla collocazione tra le forme di devozione approvate e raccomandate dalla Sede Apostolica, cfr. Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Direttorio su pietà popolare e liturgia. Principi e orientamenti, n. 171.
3Il testo dell’introito è in Graduale Novum, I: De dominicis et festis, p. 370. Le osservazioni modali sono di L. Lumma, «Introitus: Sacred Heart of Jesus», PrayTell Blog (22 giugno 2019); il rilievo melodico sull’introito Laetare Ierusalem viene dal commento di Ch. Lazowski OSB al medesimo articolo.
4La Messa della solennità canta, alla comunione, Gv 19,34: Unus militum lancea latus eius aperuit, et continuo exivit sanguis et aqua. Il costato aperto risuona nel momento in cui la Chiesa riceve dai sacramenti che ne sono nati.

