Sempre con la mente in cielo

Il cero dell’Ascensione e la luce sottratta

1. Una luce che scompare

«Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?». La prima parola che la liturgia dell’Ascensione consegna alla Chiesa — nella tradizione romana, l’introito stesso della solennità, Viri Galilaei, quid admiramini aspicientes in caelum? — suona quasi come un rimprovero. I due uomini in bianche vesti scuotono i discepoli, ancora fermi a fissare il cielo nel modo della visione corporea, come se la nube non avesse già detto qualcosa di decisivo. E tuttavia, nella stessa Messa, la colletta chiede a Dio di concedere alla Chiesa di «abitare sempre con la mente nelle realtà celesti». Non con gli occhi: con la mente. Non come spettatori dell’apparizione, ma come abitanti del desiderio. Fra questi due poli — non guardate il cielo, vivete con la mente in cielo — si gioca tutta la pedagogia liturgica della solennità. E, nell’uso romano tradizionale, subito dopo il Vangelo, questa pedagogia diventava gesto.

Un tempo, infatti, durante la Messa dell’Ascensione, un accolito saliva all’ambone e spegneva il cero pasquale. Non era un dettaglio rubricistico: era un rito espressivo, una drammaturgia silenziosa del congedo. Lo meditò con particolare intensità Prosper Guéranger nelle pagine dell’Anno liturgico dedicate al giorno: «Appena il diacono ha pronunciato queste parole, un accolito sale all’ambone e spegne il cero che ci ricordava la presenza di Gesù risorto. Questo rito espressivo annuncia l’inizio della vedovanza della santa Chiesa».

La riforma postconciliare ha modificato il segno: il cero pasquale rimane acceso fino a Pentecoste, presso l’ambone o presso l’altare, per essere poi collocato con onore nel battistero. Il gesto antico non si compie più. E tuttavia quel gesto, ricordato e meditato, dice qualcosa che riguarda non solo la storia di una rubrica, ma il modo in cui la liturgia educa lo sguardo della Chiesa.

2. Il cero e i quaranta giorni del Risorto

Per cogliere il senso del rito antico occorre prendere sul serio una frase che Guéranger lascia cadere quasi fosse ovvia: il cero pasquale è «il simbolo liturgico di questa festa». Non un accessorio della Veglia, non un elemento decorativo lasciato acceso per inerzia, ma il personaggio luminoso della Pasqua, destinato, «mediante la sua luce, lungo i quaranta giorni, a figurare la durata della permanenza del Signore risorto tra coloro che si era degnato di chiamare fratelli».

Su questa linea si era posto, qualche decennio prima del Concilio, Lambert Beauduin in una breve pagina dedicata al cero pasquale: il cero non è un’appendice della Veglia, è il suo personnage, la sua figura rituale per eccellenza — il Cristo-Luce del mondo reso visibile nella forma di una candela che non è soltanto una candela. Guéranger spinge lo stesso simbolo oltre la notte pasquale: la fiamma del cero accompagna i quaranta giorni del Risorto perché figura «la durata della sua permanenza» tra i suoi. Stabilito questo, lo spegnimento dell’Ascensione smette di essere un gesto di sacrestia e mostra il suo peso teologico.

Guéranger lo coglie nella fiamma stessa:

«Gli sguardi dei fedeli riuniti si fermano con compiacenza sulla sua fiamma, che sembra brillare con più vivo splendore man mano che si avvicina l’istante in cui dovrà soccombere».

La luce arde più viva proprio nel momento in cui sta per essere sottratta: è l’icona stessa del Risorto che, nell’atto di ascendere, manifesta la pienezza della sua gloria.

3. La vedovanza sponsale della Chiesa

La formula di Guéranger sulla «vedovanza della santa Chiesa» è dura e meravigliosa. Va maneggiata bene. Non parla di una Chiesa privata dello Sposo, ma di una Chiesa che entra nella condizione propria del tempo intermedio: lo Sposo non è perduto, è altrove. È entrato nella gloria. La Chiesa non lo possiede più nel modo dell’apparizione visibile dei quaranta giorni, ma non per questo rimane abbandonata. È sposa che cerca.

Pochi paragrafi dopo la pagina sullo spegnimento del cero, nel «mezzogiorno» dell’Ascensione — l’ora che l’antica tradizione, raccolta dalle Costituzioni apostoliche, riferiva al momento storico dell’evento — Guéranger compie un gesto che merita attenzione.

.Inserisce, senza commento, una lunga pagina di Gertrude di Helfta, grande voce della mistica sponsale medievale, tratta dagli Esercizi spirituali:

«fammi conoscere, mostrami il luogo dove pasci il tuo gregge, dove prendi riposo nell’ora del mezzogiorno». È la voce della Sposa del Cantico (Ct 1,7), che chiede all’Amato di indicarle dove riposa nascosto nell’ora del mezzogiorno

Guéranger non lo dice, ma il montaggio è la tesi: nell’ora in cui Cristo ascende — l’ora del mezzogiorno della tradizione antica — la Chiesa prega con la voce della Sposa che cerca lo Sposo nel suo nuovo modo di essere presente. Non chiede: «torna». Il regime dell’apparizione è chiuso. Chiede: «mostrami dove sei», cioè insegnami il nuovo modo di cercarti.

Vedovanza, qui, non è vocabolario funebre. È vocabolario sponsale: la Chiesa non piange un morto, cerca uno Sposo entrato nella gloria. Il rito antico spegneva una fiamma per accendere una ricerca.

4. La pedagogia del desiderio

Si potrebbe chiamarla, con linguaggio nostro, una pedagogia liturgica del desiderio. Categoria interpretativa, non formula tecnica antica; e tuttavia perfettamente fondata. Agostino, commentando la prima lettera di Giovanni, scrive che tota vita christiani boni sanctum desiderium est: tutta la vita del buon cristiano è, alla radice, santo desiderio.

Paolo lo aveva detto in forma teologica esatta: spe salvi facti sumus (Rm 8,24). Siamo già stati salvati, ma nel modo della speranza: cioè di una presenza che si possiede non possedendola visibilmente.

Non si tratta di una struttura eccezionale: è il regime ordinario della fede ecclesiale fino al ritorno del Signore. La liturgia non fa altro che educarci a questo, celebrazione dopo celebrazione. Il Sursum corda del dialogo prefaziale ne è la formula più concentrata: in alto i cuori, là dove è il Capo.

Guéranger lo coglie come parola propria dell’Ascensione:

«Sursum corda! È il grido di congedo che ci inviano i nostri fratelli che salgono dietro al divino trionfatore». Lo stesso gesto interiore che la Chiesa compie in ogni Eucaristia trova nell’Ascensione il giorno in cui diventa epifanico.

Il cero spento, allora, non era una teatralizzazione dell’assenza, ma la manifestazione visibile di una struttura permanente. Lo spegnimento del cero non diceva semplicemente che Cristo se ne va: diceva che la Chiesa entra nel modo ordinario della fede, non trattenere il Risorto con gli occhi, ma cercarlo con il cuore elevato. Lo dice, alla lettera, la colletta della solennità ricordata all’inizio — conservata dal Messale di Paolo VI nella sua formulazione antica — quando chiede a Dio: «concedi a noi, che crediamo nell’Ascensione al cielo del tuo Figlio, nostro Redentore, di abitare sempre con la mente nelle realtà celesti».

Mente in caelestibus habitemus: non occhi fermi al cielo, ma mente abitata dal cielo. Il gesto del cero spento si è perduto; l’orazione che ne custodisce il senso è rimasta intatta.

5. Il desiderio redistribuito

A questa luce, anche il passaggio dal rito antico all’uso attuale assume una fisionomia diversa. Non si tratta di scegliere tra «prima» e «dopo», ma di riconoscere che la riforma non sopprime la pedagogia del desiderio: la redistribuisce.

Günther Duffrer, ricordando da bambino chierichetto il vecchio gesto e poi commentando la pratica postconciliare, lo aveva detto in modo sobrio: il cero, simbolo per quaranta giorni del Risorto, veniva spento per significare «la partenza di Cristo da questo mondo»; ora rimane acceso fino a Pentecoste, perché i cinquanta giorni siano celebrati come un unico arco pasquale.

Il rito antico concentrava il segno in un istante: l’Ascensione come soglia in cui la luce visibile veniva sottratta perché la Chiesa imparasse a desiderare. L’uso attuale estende quella stessa luce sui cinquanta giorni: il cero non viene più sottratto al Risorto che ascende, ma arde fino al dono dello Spirito, perché l’Ascensione non sia separata dalla Pentecoste e i due eventi siano percepiti come compimenti dello stesso mistero pasquale. Né più né meno teologicamente fedele del gesto antico: semplicemente, un’altra orchestrazione del medesimo desiderium.

Da una parte la nostalgia dello Sposo sottratto agli occhi; dall’altra l’attesa del Fuoco che renderà presente il Risorto nella vita della Chiesa. Due accenti diversi dello stesso mistero.

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