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Vox poenitentis et ad Deum convertentis

Il 10 luglio, ai Vespri, alcuni nuovi oblati secolari di Praglia compiranno un gesto discreto e antico nella sua logica: offriranno la propria vita secolare alla scuola della Regola. Per comprendere quel gesto non serve anzitutto una teoria dell’oblazione, ma una voce: Suscipe me, Domine. È la voce che la tradizione benedettina ha consegnato alla professione, al commento, al canto e alla memoria comunitaria.

Il versetto viene dal Salmo 118:

Suscipe me secundum eloquium tuum, et vivam; et non confundas me ab exspectatione mea

(“Accoglimi secondo la tua parola, e vivrò; non deludermi nella mia attesa”: Sal 118,116 Vg).

È una parola breve, e contiene tutto: la promessa di Dio, il desiderio dell’uomo, il timore di non reggere, la fiducia di essere ricevuti. Soprattutto, non comincia con “io farò”. Comincia con “tu accoglimi”. Prima del proposito c’è la promessa; prima dell’offerta, l’accoglienza.

La tradizione ecclesiale e, al suo interno, quella benedettina hanno fatto risuonare questa parola biblica nel corso dei secoli. Qui ne seguiamo soltanto tre, come tre soglie di un’ermeneutica antica che può parlare ancora: i Padri ne custodiscono la promessa, i carolingi ne riconoscono la voce, i riformatori del Quattrocento ne mostrano la forma.

La prima soglia: i Padri e la promessa

Davanti al versetto, la domanda dei Padri è quasi scandalizzata: come osa l’uomo dire a Dio “accoglimi”? Ambrogio risponde senza attenuare lo scandalo:

Intolerandae autem praesumptionis videretur dicere Deo: suscipe me, nisi promissum eius adiungeret (“Sembrerebbe di intollerabile presunzione dire a Dio: accoglimi, se non aggiungesse la sua promessa”: Ambrogio, Expositio Psalmi CXVIII, 15,26).

E spiega da dove venga tanta audacia con un’immagine giuridica folgorante:

Nos fecimus chirographum mortis, tu scripsisti chirographum vitae (“Noi abbiamo scritto il documento della morte, tu hai scritto il documento della vita”: ibid.).

Il chirographum non è una finezza notarile. Ambrogio oppone il documento della morte, scritto dall’uomo con il peccato, al documento della vita, scritto da Dio con la promessa. Chi canta suscipe me non si appella alla propria forza: si appella a una scrittura di Dio.

Cassiodoro dice quasi lo stesso, con la sua formula scolpita:

Esset enim fortasse temerarium Domino dicere: Suscipe me, nisi adiungeret promissionem, quae nescit aliquando decipere (“Sarebbe forse temerario dire al Signore: Accoglimi, se non aggiungesse la promessa, che non sa mai ingannare”: Cassiodoro, Expositio in Psalterium, Ps 118,116).

E Agostino aggiunge il movimento. Il credente ha già confessato: susceptor meus es tu (“tu sei il mio sostegno”); ora chiede di essere accolto magis magisque (“sempre di più, sempre più a fondo”), fino alla vita vera, oltre i sogni delle cose umane (Agostino, Enarrationes in Psalmos, Ps 118, sermo 24,4).

La prima soglia consegna così la grammatica del versetto: il credente non osa perché è forte; osa perché Dio ha parlato.

La seconda soglia: Benedetto, i carolingi e la voce assunta

Nel capitolo 58 della Regola, Benedetto colloca il versetto nel cuore del rito di accoglienza. Il novizio scrive la propria petizione e la depone sull’altare:

Quam dum inposuerit, incipiat ipse novicius mox hunc versum: Suscipe me, Domine, secundum eloquium tuum et vivam, et ne confundas me ab expectatione mea. Quem versum omnis congregatio tertio respondeat, adiungentes: Gloria Patri (“Appena l’avrà deposta, lo stesso novizio cominci subito questo versetto: Accoglimi, Signore, secondo la tua parola e vivrò, e non deludermi nella mia attesa. Tutta la comunità risponda tre volte a questo versetto, aggiungendo: Gloria al Padre”: RB 58,21-22).

Poi il novizio si prostra ai piedi dei fratelli, e da quel giorno è contato nella comunità. Un uomo canta da solo una riga di Salmo; e quella riga, appena emessa, non gli appartiene più: la comunità la prende, la ripete, la conferma.

Che il versetto fosse ormai parola monastica lo mostra, per via di accostamento, Benedetto di Aniane. Nella sua Concordia regularum, egli pone il passo della Regula Benedicti accanto al parallelo della Regula Magistri. Il confronto è istruttivo. Nel Maestro, il nuovo fratello canta il responsorio Suscipe me — nella forma secundum verbum tuum (“secondo la tua parola”), secondo la versione del salterio lì presupposta — e poi l’abate aggiunge: Confirma hoc, Deus, quod operatus es in nobis (“Conferma, o Dio, ciò che hai operato in noi”: Sal 67,29 Vg). Nella Regola di Benedetto, invece, quella parola dell’abate non compare: la forza del gesto si concentra tutta nella voce del novizio, nella triplice risposta della comunità e nel Gloria Patri. Non è ancora un commento spirituale del versetto, ma è già una lettura rituale per accostamento: la voce del singolo viene consegnata non anzitutto a un’autorità che conferma, ma a un corpo che risponde.

E la storia, curiosamente, non ha separato ciò che Benedetto di Aniane aveva accostato. Nel rito solenne della tradizione sublacense, dopo il Gloria Patri, è ancora l’abate a intonare Confirma hoc, Deus, quod operatus es in nobis (“Conferma, o Dio, ciò che hai operato in noi”), e tutti rispondono Alleluia (Ritualis monastici Congregationis Sublacensis, tit. I, Roma 1961, p. 33). Ciò che la Concordia regularum teneva insieme sulla pagina, il rito lo tiene insieme nel canto.

La tradizione rituale ha reso sensibile questa struttura, e i libri della famiglia monastica cui Praglia appartiene la descrivono con una precisione commovente. Il rituale della Congregazione Cassinese della primitiva osservanza prescrive che il novizio, in piedi in mezzo al presbiterio, con le mani distese e gli occhi levati al cielo, intoni il versetto cum cantu tono mediocri (“con canto in tono moderato”); giunto alle parole et non confundas me ab exspectatione mea, si inginocchia, con le braccia incrociate sul petto e il capo chino; e canta il versetto tre volte, vocem qualibet vice altius extollendo (“alzando la voce ogni volta di più”), baciando la terra a ogni ripetizione, mentre il coro ogni volta lo riprende (Rituale monasticum, Subiaco 1909, p. 17). Il corpo interpreta la parola: l’audacia del suscipe me si canta in piedi, a braccia aperte; la speranza del non confundas si canta in ginocchio. La voce cresce, ma non si isola; la speranza sale, ma sale dentro un corpo che la custodisce.

Il fascicolo sublacense del 1961 chiama questo modo di cantare una tradizione ubique recepta et diuturno usu probata, “ricevuta ovunque e provata da lungo uso” (Ritualis monastici Congregationis Sublacensis, tit. I, Roma 1961, p. 20); e accanto conserva una traditio antiquior ancora più eloquente: il professo intona Suscipe me, Domine, secundum eloquium tuum et vivam — e si ferma; è tutta la congregazione a rispondere: et non confundas me ab exspectatione mea (ivi, pp. 21 e 34). Nella forma più antica, dunque, la seconda metà del versetto non appartiene nemmeno alla voce del singolo. Il professo chiede di essere accolto; i fratelli chiedono per lui che la sua attesa non sia delusa. La custodia comunitaria della speranza non è un’interpretazione: è la grammatica stessa del rito. E il rituale oggi in vigore conserva la coreografia intera: la scheda deposta sull’altare, il triplice canto a braccia allargate, il coro che riprende, il Gloria Patri, la prostrazione (Rituale monastico, 2024, n. 105).

Che cosa canta, esattamente, quella voce? È la domanda di Smaragdo di Saint-Mihiel, commentatore carolingio della Regola. Non chiede che cosa provi il novizio: chiede di chi sia la voce che egli assume. E risponde:

Vox poenitentis et ad Deum convertentis est, quae dicit: Suscipe me, Domine, secundum eloquium, et vivam (“È la voce del penitente e di colui che si converte a Dio quella che dice: Accoglimi, Signore, secondo la parola, e vivrò”: Smaragdo, Commentaria in Regulam sancti Benedicti, ad RB 58).

E continua:

Qui enim peccando longe a Deo recessit, et velut mortuus a cognitione Dei longo usu in peccati sepulcro latuit, poenitendo iterum humiliatur, et ut receptus in aeternum vivat, flebiliter Dominum deprecatur (“Colui infatti che peccando si è allontanato molto da Dio e, come morto alla conoscenza di Dio, è rimasto a lungo nascosto nel sepolcro del peccato, si umilia di nuovo facendo penitenza e supplica piangendo il Signore, perché, accolto, viva in eterno”: ibid.).

La formula è prosopologica prima che edificante, e taglia alla radice ogni lettura sentimentale del rito. Il novizio non canta il proprio entusiasmo, non mette in musica un momento biografico: entra in una voce che la Scrittura gli consegna. Il canto non dice “ecco ciò che sento”; dice “ecco la voce nella quale entro”. E quella voce è la voce di chi torna.

La terza soglia: Santa Giustina, Torquemada e la forma della conversione

La terza soglia porta al Quattrocento, e la scena è notevole: Giovanni di Torquemada, domenicano, teologo e cardinale, commenta la Regola di san Benedetto su richiesta del monaco Arsenio di Santa Giustina di Padova, nel clima della riforma benedettina osservante. Un teologo di un altro ordine interpreta per i benedettini la forma della loro vita: la Regola non vive come recinto domestico, ma come testo capace di lasciarsi leggere anche da fuori.

Questo passaggio tocca da vicino Praglia. Nel 1448 l’abbazia aderisce alla Congregazione di Santa Giustina: una seconda nascita, osservante, che ridarà forza spirituale, culturale e architettonica alla sua storia.

Commentando il capitolo 58, Torquemada mette in evidenza la struttura dell’atto:

In qua professione tria substantialia monasticae professionis tanguntur, videlicet stabilitas, morum conversio et obedientia (“In questa professione sono toccati i tre elementi sostanziali della professione monastica, cioè la stabilità, la conversione dei costumi e l’obbedienza”: Torquemada, Expositio super Regulam sancti Benedicti, ad RB 58).

Qui il punto è decisivo. Il Suscipe non resta sospeso come emozione del rito: viene collocato dentro una forma di vita. Smaragdo domandava di chi fosse la voce assunta dal novizio; Torquemada mostra quale figura ecclesiale debba custodire quella voce nel tempo. La stabilità impedisce alla conversione di restare un soprassalto; la conversione dei costumi impedisce alla stabilità di diventare semplice permanenza; l’obbedienza impedisce all’offerta di sé di chiudersi in autoreferenzialità.

Smaragdo e Torquemada, così, non si contraddicono: si completano. Il primo riconosce la voce del penitente che ritorna a Dio; il secondo ricorda che una voce, per durare, ha bisogno di una forma. La vox poenitentis viene consegnata a una figura stabile — stabilità, conversione dei costumi, obbedienza — perché una conversione senza forma si consuma presto, mentre una forma senza conversione si svuota.

E il commento quattrocentesco custodisce un dettaglio luminoso. Se il Suscipe è voce di conversione, allora anche la risposta della comunità cambia colore: quando essa ripete tre volte il versetto con il Gloria Patri, non assiste semplicemente a un atto privato, ma rende gloria a Dio per uno che torna. La scena può essere letta nella luce del Vangelo: gaudium erit coram angelis Dei super uno peccatore paenitentiam agente (“ci sarà gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che fa penitenza”: Lc 15,10 Vg). C’è dunque una gioia nel Suscipe; ma non è l’autocompiacimento di chi si offre. È la gioia della Chiesa per uno che ritorna, eco terrena della gioia degli angeli. Il penitente canta, e la festa la fanno gli angeli.

Una parola che arriva agli oblati

Tre soglie, una parola sola. I Padri ne custodiscono la promessa; Benedetto e i carolingi ne fanno gesto e voce; Torquemada le dà forma. In tutte batte lo stesso cuore: non “io mi dono”, ma “tu ricevimi”.

La tradizione conosce poi un ultimo ritorno di questa parola, il più silenzioso. In molti monasteri il versetto cantato il giorno della professione viene cantato di nuovo alla sepoltura del monaco. All’inizio egli canta e la comunità risponde; alla fine egli tace, e la comunità canta per lui. La speranza intonata all’inizio non va perduta: viene riconsegnata a Dio da altre labbra.

Questa storia non riguarda soltanto la professione monastica. Con le distinzioni necessarie, il Suscipe giunge oggi anche all’oblazione secolare. L’oblato non diventa monaco, né professa in forma attenuata: rimane nel proprio stato di vita, nella casa, nel lavoro, nella trama ordinaria delle responsabilità. Ma nel momento dell’oblazione riceve una parola che viene da questa storia: la parola di chi chiede di essere accolto secondo la promessa di Dio, non secondo la misura instabile del proprio entusiasmo. Per questo l’oblazione non è un’onorificenza: è, nel proprio stato, la stessa domanda umile di sempre.

Anche per gli oblati il segno resta discreto. La scheda dell’oblazione non è la petizione deposta sull’altare nella professione monastica; e tuttavia custodisce qualcosa della stessa logica: un nome, una vita, una promessa vengono affidati alla memoria del monastero, perché nessuno custodisce da solo la propria speranza.

Per questo il luogo conta. Il commento di Torquemada alla Regola nacque da una richiesta venuta da Santa Giustina di Padova; pochi anni dopo, nel 1448, Praglia entrò nella medesima riforma. Ma il 10 luglio, ai Vespri, quella memoria non tornerà come citazione: tornerà come canto. Nel Suscipe degli oblati passeranno, quasi senza farsi vedere, secoli di voci: monaci, penitenti, fratelli, comunità che hanno ripetuto la stessa domanda. E Praglia, ancora una volta, custodirà quel piccolo miracolo benedettino: una voce sola che non resta sola.

La voce sale, la comunità risponde, il luogo custodisce.

Suscipe me secundum eloquium tuum, et vivam.

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