
Per secoli, nel rito romano tradizionale, il Salmo 42(43) — Judica me, Deus — non è stato un testo marginale, ma il salmo che apriva ordinariamente la celebrazione nelle Preghiere ai piedi dell’altare. Proprio per questo il suo riapparire come Introito della V domenica di Quaresima ha un peso simbolico straordinario: il salmo che un tempo introduceva quasi ogni Messa torna a segnare, in modo solenne, l’ingresso della Chiesa nel Tempo di Passione. Le rubriche tradizionali ricordano anche che, da questa domenica fino alla Settimana Santa, il Judica me veniva omesso all’inizio della Messa, mentre restava come parola-soglia dell’Introito; non a caso la domenica stessa fu a lungo chiamata Judica dalla sua prima parola.
Una lettura medievale del repertorio liturgico formula con estrema chiarezza il senso di questa scelta: “Introitus autem incipit ab oratione Domini in passione”(l’Introito comincia dalla preghiera del Signore nella Passione). L’Introito, cioè, viene inteso come l’inizio stesso della preghiera di Cristo nella sua Passione. Nello stesso contesto, il quarto modo del canto è spiegato non solo “propter formam crucis” (a motivo della forma della croce), ma anche “propter quatuor, que petuntur” (a motivo delle quattro realtà che vengono chieste): iudicium, discretio, liberatio, fortitudo (giudizio, discernimento, liberazione, fortezza). In questa prospettiva, Judica me, Deus non è semplicemente una supplica di difesa, ma un vero itinerario spirituale: la Croce viene attraversata chiedendo al Padre giudizio, discernimento, liberazione e fortezza.
Il primo termine è iudicium. Qui il salmo sorprende: l’orante non fugge il giudizio di Dio, ma lo invoca. Agostino lo spiega con parole memorabili: “Iudica, inquit, me, Deus: non timeo iudicium tuum, quia novi misericordiam tuam” (non temo il tuo giudizio, perché conosco la tua misericordia). Il giudizio, quindi, non appare anzitutto come condanna, ma come messa in verità. Dio giudica per distinguere ciò che esteriormente sembra confuso, per separare la causa del giusto da quella dell’empio, per restituire all’uomo la verità del suo desiderio: “Par infirmitas est, sed dispar conscientia; par labor, sed dispar desiderium.” (uguale è la fragilità, ma diversa la coscienza; uguale la fatica, ma diverso il desiderio). In questo senso, la Passione non comincia dal caos della sofferenza, ma dalla luce della verità.
Da questo nasce la discretio (discernimento): et discerne causam meam. Se il giudizio appartiene pienamente a Dio, la discrezione è la forma con cui l’anima, illuminata dalla grazia, impara ad accoglierlo interiormente. Giovanni Cassiano formula questa intuizione in modo classico: “omnium namque virtutum generatrix, custos moderatrixque discretio est.” (il discernimento è infatti generatore, custode e regolatore di tutte le virtù). La discrezione non è timidezza né compromesso; è la sapienza che distingue rettamente ciò che conduce a Dio da ciò che, pur apparendo buono, può deviare nell’eccesso o nell’illusione. Per questo il Judica me non è solo il salmo del combattimento: è anche il salmo del discernimento.
Il terzo termine è liberatio: ab homine iniquo et doloso eripe me. Anche qui Agostino porta il testo oltre la superficie. L’“uomo iniquo e doloso” non è solo il persecutore esterno; è anche la figura di ciò che interiormente inganna e domina. Per questo egli commenta con una formula fortissima: “elige consilium, regem admitte, tyrannum exclude.” (scegli il buon consiglio, accogli il re, escludi il tiranno). La liberazione cristiana non è evasione, ma espulsione del tiranno. Non si tratta di scappare dalla prova, ma di essere strappati all’inganno che occupa il cuore. Così si capisce la logica del salmo: Dio giudica per distinguere, distingue per liberare.
Il quarto termine è fortitudo: quia tu es, Deus meus et fortitudo mea. Il compimento del salmo non è l’autosufficienza, ma la confessione. L’uomo liberato non si proclama forte da sé: riconosce che la sua forza è ricevuta. Agostino lo dice con precisione: “quia ergo fortitudine opus est, imploranda ab illo qui iussit ut fortes simus… continuo adiungit: Quia tu es, Deus meus, fortitudo mea.” (“Poiché dunque c’è bisogno di fortezza, bisogna implorarla da colui che ha comandato che siamo forti… subito aggiunge: ‘Poiché tu sei, o mio Dio, la mia forza’). Ambrogio aggiunge che “fortitudo sine iustitia iniquitatis materia est” (la fortezza senza giustizia è materia di iniquità) : una forza separata dalla verità degenera in dominio. E Gregorio Magno porta questa intuizione al suo vertice spirituale: “Iustorum quippe fortitudo est carnem vincere… prosperitatis blandimenta contemnere, adversitatis metum in corde superare.” (La fortezza dei giusti, infatti, consiste nel vincere la carne… nel disprezzare le lusinghe della prosperità e nel superare nel cuore il timore dell’avversità.”) La fortezza cristiana non è durezza, ma stabilità del cuore riconciliato con la verità.
Se si ricompongono questi quattro termini, emerge una vera sapienza della Croce. Il giudizio (iudicium) è l’atto con cui Dio mette in verità; il discernimento (discretio) è la partecipazione dell’anima a questa verità; la liberazione (liberatio) è il frutto del discernimento accolto; la fortezza (fortitudo) è la stabilità del cuore ormai restituito a Dio. Non sono quattro parole giustapposte, ma un’unica pedagogia spirituale. La Croce, allora, non si apre nel disordine, ma in una domanda rivolta al Padre: verità, discernimento, libertà, fortezza.

