“ Lo starets mi rivolse queste parole:
– La preghiera di Gesù, interiore e costante, è l’invocazione continua e ininterrotta del nome di Gesù con le labbra, con il cuore e con l’intelligenza, nella certezza della sua presenza in ogni luogo, in ogni tempo, anche durante il sonno. Si esprime con queste parole: “Signore Gesù Cristo, abbiate pietà di me!”
Chi si abitua a questa invocazione ne riceve gran consolazione e prova il bisogno di dire sempre questa preghiera; dopo un po’ di tempo, non può più vivere senza ed essa scorre in lui da sola. […]
E ora eccomi pellegrino, recitando senza posa la preghiera di Gesù” (Racconti di un pellegrino russo).
Invocare il nome di Gesù non appartiene solo alla tradizione della Chiesa orientale ma ma fonda le radici nei tempi apostolici come ci testimoniano gli scritti del Nuovo Testamento. Pietro, Paolo e la Chiesa nascente era fedele al comando del Signore: “In verità, in verità vi dico che tutto ciò che domanderete al Padre nel mio Nome, egli ve la darà” (Gv 16, 23). Negli Atti degli Apostoli leggiamo: “Pietro gli disse: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!». E, presolo per la mano destra, lo sollevò. Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono e balzato in piedi camminava” (At 3, 6-8).
Questo santissimo Nome è sempre stato oggetto di venerazione e devozione perché con esso si dona a noi la Persona Divina: Dio. Non ci sorprende, allora, che nell’Alto Medioevo ci fossero scambi epistolari tra intellettuali carolingi su come si dovesse scrivere, pronunciare o abbreviare correttamente.
Nella Liturgia, un culto specifico, si inizia a registrare nel XV secolo e non solo in ambito francescano. Bisogna ricordare anche il domenicano san Vincenzo Ferreri oltre ai francescani san Giovanni da Capistrano e san Bernardino da Siena. A quest’ultimo si deve “il sole col Trigramma”. Era un’immagine, dipinta su tavoletta, con la quale soleva benedire coloro che assistevano alla sua predicazione. IHS erano le iniziali sia del nome di Gesù sia dell’espressione: Jesus Hominum Salvator (Gesù Salvatore degli uomini). La lettera H si prolungava in una Croce e tutto era contenuto un un sole a 12 raggi.
Una catechesi medievale efficace attraverso una simbologia immediata e fortemente biblico-patristica: Gesù-Sole, ci salva per mezzo della Croce e invia la sua luce nel mondo con l’opera evangelizzatrice dei 12 apostoli.
Dobbiamo aspettare il 1530 perche Clemente VII conceda ai francescani l’approvazione dell’Ufficio del Nome di Gesù e il 1721, quindi quasi due secoli dopo, perché questo venga esteso alla Chiesa universale da Innocenzo VIII.
…tralasciamo la storia più recente che ha portato la festa del SS. Nome di Gesù a memoria facoltativa al 3 gennaio.
A questo Ufficio appartiene uno degli Inni che per la sua orecchiabilità, dolcezza e forza poetica, è tutt’ora tra i più celebri. Si tratta di Jesu dulcis memoria. Nella liturgia odierna si incontra per il 6 agosto, festa della Trasfigurazione, nella versione Dulcis Jesu memoria.
Iesu dulcis memoria
Dans vera cordis gaudia
Sed super mel et omnia
Eius dulcis praesentia.
Nil canitur suavius
Nil auditur iucundius
Nil cogitatur dulcius
Quam Jesus Dei Filius.
Iesu, spes paenitentibus
Quam pius es petentibus
Quam bonus Te quaerentibus
Sed quid invenientibus?
Nec lingua valet dicere
Nec littera exprimere
Expertus potest credere
Quid sit Iesum diligere.
Sis, Iesu, nostrum gaudium,
Qui es futurus praemium:
Sit nostra in te gloria
Per cuncta semper saecula.
Amen.
(Il dolce ricordo di Gesù; Dà vere gioie al cuore; Ma al di sopra del miele e di tutto; la Sua dolce presenza.
Niente è cantato più soave; Nessuno è ascoltato più piacevolmente; Nessuno è ritenuto più dolce; Di Gesù, il Figlio di Dio.
Gesù, speranza del penitente; Quanto sei pio con coloro che chiedono; Quanto sei buono con coloro che ti cercano; Ma cosa trovano?
Né le lingue possono dire; Né le lettere possono esprimere; Gli esperti credono; Cosa significa amare Gesù.
Sii, Gesù, la nostra gioia,; Che sei la ricompensa futura; Che la nostra gloria sia in te; Per tutti i secoli.
Amen.
La tradizione volle attribuire questi versi a san Bernardo di Chiaravalle. Non ci si sono fonti ad attestarlo e sembra più probabile che siano stati redatti in ambito cistercense inglese nel XII sec.
Questo inno appartiene al così detto Jubilus S. Bernhardi de nomine Jesu Christi Salvatoris nostri (così chiamato, appunto, per l’attribuzione erronea a Bernando). Un componimento importantissimo per la storia della musica sacra perche da esso derivano i testi di alcuni tra i brani più musicati e celebri.
Oltre a Jesu dulcis memoria, infatti, abbiamo Jesu Rex admirabilis e Jesu decus angelicum
Innario e repertorio del Graduale, in questa festa, si bilanciano con sapienza e aiutano a pregare.
Le antifone cantano il Nome di Gesù con citazioni bibliche eloquenti.
Esemplare è l’introito della Messa che oggi è conservato anche nel proprio di sant’Ignazio di Loyola:
In nomine Domini omne genu flectatur caelestium terrestrium et infernorum quia dominus factus obediens usque ad mortem mortem autem crucis ideo dominus Jesus Christus in gloria est Dei patris
Perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre. (Fil 2, 10-11)
Una “coincidenza” tra modo e testo si coglie nel numero 3 che simbolicamente descrive, qui, l’universalità: cielo, terra e sottoterra.
Una considerazione finale è doverosa sulla “dolce memoria” (tra l’altro il grado liturgico a cui si trova ora questa celebrazione). Si tratta di un meraviglio stratagemma retorico con cui accostiamo la sfera della corporalità a quella del pensiero. In latino c’è un’unica parola sensus: sia per i 5 sensi, sia per indicare il significato (senso profondo) delle cose. La memoria viva ed efficace del Nome Santissimo di Gesù è la presenza e azione costante di Dio in noi che lo riceviamo nell’Eucaristia.
Cantare la dolce memoria di questo dono è quasi esercizio di “ruminatio” (ruminazione), di saper custodire e gustare a lungo quella Parola fatta carne per noi.
